Diversi mesi fa, precisamente il 7 agosto 2020, esce il singolo WAP realizzato da Cardi B in collaborazione con Megan Thee Stallion, considerato da molti come inno di emancipazione femminile e liberazione sessuale. Negli USA, subito dopo la sua uscita, ci sono state non poche critiche mosse principalmente da donne, che rimproveravano le artiste di dare messaggi sbagliati. Persino alcuni repubblicani membri del congresso hanno giudicato il pezzo come “una conseguenza della mancanza di una figura paterna forte”.                                  

Cardi B comunque sia non è andata (giustamente) ad approfondire: “a fine giornata, qualsiasi cosa stiano dicendo, i numeri parlano da soli” è stato il suo unico commento. Ed è vero: la traccia solo nella prima settimana ha raggiunto 93 milioni di streaming, posizionandosi come il 2° debutto con numeri più alti per quanto riguarda gli streaming per un’artista donna.

Nonostante la schiacciante vittoria l’episodio fa sorgere una domanda: perché le madri di queste ragazze si sentono in dovere di selezionare contenuti che temono possano allontanare le loro figlie dalla concezione di donna voluta dalla società? E soprattutto: su quali principi si pensa si debba basare la musica femminile tanto da dover creare un dibattito pubblico sulla moralità dei contenuti di un testo musicale?

Lady Gaga durante un’intervista volle esprimersi al riguardo: “vedi, se io fossi un ragazzo e fossi seduto qui con una sigaretta tra le mani, stringendomi il pacco e parlando di come faccio musica perché mi piacciono le macchine veloci e scoparmi le ragazze, mi definiresti una rock star. Ma quando lo faccio nella mia musica e nei miei video, perché sono una femmina e faccio musica pop, sei critico e dici che è fonte di distrazione. Sono solo una rock star”.

La musica è da sempre unione tra cultura e mercato. Queste ultime non possono separarsi, sono dipendenti l’un l’altra, il mercato si basa sulla cultura, e le donne sono una grande fetta di mercato e anche se relativamente da poco hanno cominciato a volere e a potere rientrare nella sfera pubblica, e quindi a volersi vedere rappresentate, e a rappresentare. L’era del self made man è diventata l’era delle self made woman, dare forma al proprio destino non è più una prerogativa strettamente maschile. E questo spaventa un bel po’ di gente, comprese le figure paterne forti. Da questo concetto a partire dagli anni 90 scaturisce il progressivo inserimento di figure femminili nella cultura urban e quindi, di conseguenza, nella musica.

Gli anni 90 e 2000

La Pina, primo album nel ‘95. Ora speaker di Radio Deejay, conta più di 20 anni di carriera e diverse collaborazioni con tutta la scena italiana, underground e non.
Loop Loona, prima donna a partecipare a MTV SPIT, la sua musica è influenzata da anni passati in medio oriente, cosa che suscita interesse per lei negli anni 2000.

Non meno importanti Mc Nill e Marti Stone: entrambe si approcciano al rap e all’Hip Hop da piccolissime, questo le porta ad essere subito notate dalla scena, riscuotendo molto successo. Marty Stone soprattutto è stata oggetto di interesse per molte testate giornalistiche italiane, come Rolling Stones e il Fatto quotidiano.

Unica donna ad aver ricevuto un disco di diamante e un miliardo di visualizzazioni su youtube, Baby K ora si dedica al pop. Debutta da solista nel 2008 e dopo poco firma un contratto per Sony Music. Tutti i suoi progetti musicali hanno sempre avuto un discreto successo, tanto da farla diventare uno dei nomi più conosciuti in italia.
Ultima ma non ultima Meg, conosciuta principalmente peressere una dei componenti dei 99 posse, gruppo che ha fatto la storia della musica italiana; la sua carriera inizia nel 1994, e nel 2015 esce il suo ultimo singolo, più di 20 anni di carriera ricchi di produzioni e caratterizzati da talento e personalità.

La maggior parte di loro, però, non risultava “credibile” al grande pubblico. Nonostante le loro carriere, le collaborazioni e le basi fondamentali che hanno lasciato, non hanno mai raggiunto i numeri che hanno le artiste, tra l’altro quasi tutte under 25, che cavalcano il panorama musicale di oggi.
Contemporaneamente al progresso sociale e il raggiungimento della parità di genere, anche la cultura urban ha fatto passi avanti. Prima molto settorializzata, sia per obbligo che per scelta, negli ultimi anni è diventata abbastanza mainstream da non essere più considerata da pochi per pochi.

Questo, unito all’epoca fortemente femminista, che ha caratterizzato l’ultimo secolo, è finita per diventare un mercato pieno di ispirazione per chi, come le donne, aveva la necessità di dire la sua.

La scena oggi

Chadia Rodriguez, di origine marocchina e sotto contratto dal 2018 con la Sony Music, è la prima donna a comparire sulla copertina di una playlist rap sul servizio straming di Spotify.

Leslie, prima rapper a chiudere un contratto con Universal Music in Italia, si fa conoscere dal grande pubblico partecipando a The Voice of Italy.

Madame, 18 anni, da molti considerata la favorita, è sulla scena da poco più di un anno e non ha ancora pubblicato il suo primo album. Vanta già diverse collaborazioni con alcuni dei big della scena ed è stata da poco comunicata la sua partecipazione a Sanremo 2021, diventando così la prima rapper donna a salire sul palco più famoso d’Italia.

Anna, neanche maggiorenne ha totalizzato, che piaccia o no, oltre 12 milioni di streaming con il singolo Bando ed è ora sotto i riflettori. Ha già lavorato a diverse collaborazioni importanti ed è stato sicuramente il nome più chiacchierato di quest’anno.

Beba: classe ‘94 esce con il suo primo progetto nel 2015, è una delle rappresentanti più evidenti del “self made woman” soprattutto per il tipo di messaggio che adotta nei suoi testi. Interessanti le collaborazioni con Rossella Essence, produttrice napoletana che è riuscita ad arrivare a produrre a livello nazionale.

Ci sono anche altre artiste, alcune più conosciute, altre meno, che stanno dando il loro contributo alla scena: Margherita Vicario, Roshelle, Priestess, Myss Keta, Fishball, e Miriam Ayaba, e nuove leve come Hasna, Bonnie P e Mara Sattei.

Tutte quante sono accomunate da un forte sentimento di ribellione. Non a caso nei i loro testi si possono trovare soprattutto tematiche sociali dovute alla loro condizione di donna nel contesto italiano del 21esimo secolo.

Questi testi hanno una doppia funzione educativa, sia per le donne che per gli uomini, creano dibattiti e mettono in discussione dogmi morali (o presunti tali) stravolgendo, a volte, indirettamente, altre in maniera volontaria le regole dell’estetica, nel suo significato più ampio.

Tutto questo in meno di 20 anni è una vera e propria rivoluzione artistica e culturale.

La cosa più interessante è la loro varietà artistica, dallo stile estetico-musicale all’approccio comunicativo. Tutte esprimono modi diversi di essere donna, o di sentirsi tale, creando dinamicità nella scena e libertà di crescita anche musicalmente, al di là di quanto si possa condividere o no dal punto di vista morale e personale un determinato messaggio. 

Al momento per tutte loro non esiste (e non esisterà) un tallone d’Achille dovuto al loro sesso. Essendo personaggi pubblici, fortemente emulati, rispecchiano ed influenzano l’essere della giovani donne di questo paese.

Roshelle qualche tempo fa ad un’intervista a Le Iene disse che non era femminista. Si scusò dopo varie critiche dicendo semplicemente: “non sapevo cosa significa e ho preferito dire di no”.

Questa affermazione che può sembrare un po’ ingenua, racchiude in realtà il nucleo del movimento. Io sono me stessa, mi esprimo come meglio credo e la società deve fare in modo che io possa realizzarmi in piena libertà e con tutti i mezzi di cui il mondo dispone, senza limiti. Lo faccio involontariamente.

É questa la sua forza: il suo carattere involontario, naturale.

Ciò ovviamente non toglie che se vuoi far parte di qualcosa devi conoscerla.

La condizione della donna nella società non è una solo una questione artistica, ha bisogno di essere studiata in quanto materia, poiché fa parte anche dei piccoli gesti quotidiani.

Un personaggio pubblico deve prendersi la responsabilità di quello che dice e quello che fa, non perché deve essere sottoposto a giudizio, ma perché essere consapevoli di quello che si è, è una parte essenziale per potersi definire in un contesto, e un’artista che non si contestualizza in quello che lo circonda, limita il suo potenziale, o peggio, viene frainteso.

Fortunatamente però la consapevolezza per molte di loro è un’arma da usare a proprio vantaggio e sanno comunicarla bene al pubblico femminile, sia quello relativamente “acerbo” per il settore, sia quello maturo con una visione del tutto diversa, per quanto riguarda la narrazione rap.

Da questo punto di vista, le artiste citate hanno superato anche gli uomini.

Il rap nasce dalla denuncia sociale, se questo elemento viene trascurato, o peggio, se si fa l’errore di confonderlo con l’appagamento economico che ne deriva, si rischia di diventare rappresentanti di uno status symbol, piuttosto che dei narratori che non si piegano a dei clichè.                                                                                                            

L’uguaglianza di genere che è il fulcro del messaggio femminista, invece, non può essere sfamato dall’acquisto di merci, da macchine e gioielli d’oro, questi oggetti non sono lo scopo da raggiungere ma solo un mezzo per raggiungerlo. Più la scena femminile cresce, più ci rendiamo conto che la società si sta evolvendo.

Qualche tempo fa lessi che esagerare è il principio del creare, che inizi allora la seconda creazione.