Nel maggio 2021 la situazione in palestina ha subito una forte escalation. Quello che alcuni media hanno chiamato “conflitto” fra Israele e Palestina, è in realtà un’occupazione illegale di territori. Dal 1967 l’esercito israeliano occupa la Palestina e dal 2002 ha costruito un muro che separa Israele dai territori occupati.

La situazione si fa sempre più complessa di anno in anno, fra gli attacchi israeliani e la resistenza palestinese. Quest’ultima è composta principalmente da Hamas, partito religioso ed oscurantista, ma anche da altri elementi che non possiamo ignorare.

In questo contesto un ruolo importante lo ha ricoperto l’arte e la creatività.

Street Art

Il muro citato poc’anzi è divento un grande museo a cielo aperto, pertanto colori dove davvero non ce ne sono.

Fra i primi a partecipare in questa operazione troviamo Banksy, nel 2005.

Nel suo libro “Wall and Piece” sono raccolte le sue prime operazione in medio-oriente. Qui troviamo una triste testimonianza:

Old man: “You paint the wall, you make it look beautiful” 
Banksy: “Thanks” 
Old man: “We don,t want it to be beautiful, we hate this wall, go home”

Come dargli torto, in un contesto del genere l’arte è l’ultimo pensiero, eppure tramite essa si è posta sempre di più l’attenzione sul conflitto, in maniera alternativa. I consensi “Pro-Palestina” negli anni sono aumentati grazie anche alle voci di autori e personaggi famosi, ma comunque non in grado di fermare le bombe.

L’artista britannico ha più volte denunciato a suo modo gli orrori di questa guerra, attraverso dei murales ed addirittura un museo.

Nel 2017, dopo esserci stato 2 anni prima, Banksy ha ben pensato di creare un museo composto da 10 camere con la vista peggiore del mondo: il muro nella striscia di Gaza.

Al celebre artista ne sono susseguiti altri, dando il via a tante operazioni si denuncia e supporto. Anche l’Italia ha fatto e fa la sua parte.

Jorit, nel 2018, ha ritratto sul lato israeliano il volto l’attivista palestinese Ahed Tamimi. Un’operazione gli è costata l’arresto da parte delle autorità israeliane.

Lo scalpore è stato tanto ed immediato. La città di Napoli e vari personaggi si sono mobilitati velocemente e per fortuna la situazione si è risolta in poco tempo.

Gaza FREEstyle Festival

Tutto italiano è invece il progetto Gaza FREEstyle Festival.

Nato nel 2015 quest’ultimo porta a Gaza varie attività dedicate soprattuto ai bambini.

Tutto inizia con una piccola rampa in legno nel nord della Striscia, a Al Tofah, con alcuni giovani dei quartieri e alcune crew di skater.

Come ci suggeriscono le lettere in maiuscolo questa organizzazione no profit lotta per portare la libertà a Gaza, ma senza le armi. Si tratta di una libertà mentale, una maniera per far riscoprire la vita laddove regna la morte.

Nel corso degli anni, grazie alla solidarietà in Italia, sono stati inviati più di 500 skate e rollerblade. Nel 2019 si è conclusa la costruzione del primo skatepark in cemento al porto di Gaza City, oggi luogo di incontro di centinaia di giovani. Nel 2020 è iniziata la costruzione di una nuova rampa da skate con parametri olimpici, all’interno del progetto Green Hopes finanziato dalla cooperazione internazionale.

Lo skateboard è fra le attività più vissute, ma ad esso si affiancano anche Hip-hop, arte, calcio, educazione e non solo.

Hip-Hop/Rap

Anche la cultura Hip-hop gioca il suo ruolo in questa situazione.

Dal 2003 in questa zona è presente la CB Crew di breakdance, svolgendo attività per i giovani del campo profughi di Nusseirat. I fondatori sono dei giovani ballerini palestinesi e negli anni, oltre alle attività educative strettamente legate al ballo, hanno radicato i propri legami con la società civile locale attraverso iniziative di vario genere, anche in collaborazione con l’agenzia UNRWA delle Nazioni Unite.

Nel 2019, in aiuto della Crew locale, dall’Italia è partito Gaza is Alive, con il progetto “Hip-Hop pedagogico” a cui ha partecipato il rapper napoletano Oyoshe. Al ballo si è affiancato il rap, dando la possibilità ai palestinesi di usare il proprio linguaggio per denunciare la loro difficile quotidianità.

Parlando di rap, di recente, su Instagram ha spopolato Mc Abdul (@MCA.RAP) giovanissimo rapper palestinese. Il suo brano, in inglese e tutto incentrato sulla denuncia sociale, è stato condiviso anche da Afrika Bambaata.

In conclusione, in un posto davvero difficile la Cultura Urbana porta vita e riflettori, facendo la sua parte nel denunciare anni di occupazione a discapito di un’intera popolazione.