Ad oggi il jeans rappresenta un capo d’abbigliamento intramontabile, versatile ed onnipresente nel guardaroba di ognuno di noi.

Il suo protagonismo nei nostri outfit spesso fa mettere da parte la qualità e la ricerca in un capo, favorendo un prodotto di facile fruizione e da un costo minore. Purtroppo l’influenza del fast fashion non aiuta questa direzione.

Abbiamo intervistato Daniele De Biase, ceo del brand Apnea, che ci ha illustrato la filosofia che è alla base del progetto, che pone al centro l’unicità e la sostenibilità.

Cos’è Apnea? Come è nato il progetto?

Apnea è un progetto nato due anni e mezzo fa, era molto più ampio al principio. 

Abbiamo all’attivo un campionario di 60 pezzi che non è stato ancora distribuito anche a causa del Covid, che ha rallentato tutti i nostri progetti. Di conseguenza abbiamo dovuto riformulare il nostro asset, cercando di distribuirci da soli, in maniera indipendente, ma abbiamo incontrato molte difficoltà.

In questo ambiente, progetti come il mio, per essere distribuiti devono dare garanzie di vendita ai negozi, e per questo che abbiamo scelto la strada dell’ indipendenza e della vendita solo attraverso i nostri canali.

Non è però scontato che non avvieremo una distribuzione futura in base ai nostri canoni.

Come avete pensato al nome? Il sito si chiama Apnea risorse, quali sono queste risorse?

Diciamo che non c’è una direzione precisa da cui è venuto fuori il nome apnea, sono tante influenze diverse.

Il presupposto principale quando ho creato il progetto era il concetto dello stare dentro e lo stare fuori, e quello che ti porta a stare dentro e fuori.

Per quanto riguarda “apnea risorse”, in maniera molto schietta ti dico che non c’erano i nomi disponibili per il sito e per Instagram. La scelta, però, è ricaduta su questi nomi perché abbiamo un’idea molto diretta del progetto, la nostra mission non è solo quella di venderti un capo perché ne abbiamo necessità, ma vogliamo che chi compra comprenda il nostro messaggio, che sia tecnico, o artistico.

Risorse appunto, si collega a quella che è l’indole del progetto, il nostro obiettivo ha sicuramente delle motivazioni etiche. 

Restando sul sito è interessante leggere origine apnea, dove si parla proprio del vostro immaginario, Bronx, Giappone e non solo. Quali o chi sono i vostri punti di riferimento?

I riferimenti sono molti e tendono a cambiare repentinamente, sicuramente ne abbiamo alcuni di base sulla manifattura, è importante per noi riuscire a realizzare un prodotto etico, come ti dicevo.

Ovviamente il riferimento al Giappone è immediato per quanto riguarda il denim, in quanto nella seconda parte del 20° secolo molti brand: ad esempio i cinque di Osaka (Studio d’ Artisan, Fullcount, Warehouse, Denime, Evisu) hanno reso nobile un capo che era inteso da tutti come abito da lavoro.

In questo percorso, attraverso la manifattura,  avrete notato che la produzione di un capo, all’atto pratico, è frutto di un processo artistico.
Qual è la linea di congiunzione fra arte a manifattura?

Un prodotto manifatturiero, non è un prodotto perfetto, e il fatto stesso che non sia perfetto è la rappresentazione del lavoro fatto da una persona, questo in sé e per sé, si potrebbe già definire arte.

Questa cosa ha molto influito su di noi, e di conseguenza sul progetto.

Oggigiorno puoi decidere di intraprendere due percorsi (che possono comunque mischiarsi fra loro, specifica -ndr.): la qualità etica e la qualità commerciale. Per quanto riguarda il percorso etico, ciò significa che tu scegli un prodotto di base, che ti da già determinate sicurezze nella sua produzione; esso viene seguito in tutte le fasi successive (confezione, lavaggio, sdifettature ecc.) tenendo come punto di riferimento il rispetto dell’ambiente e di tutti coloro che partecipano alle varie fasi produttive.

L’altra strada che puoi intraprendere, capitanata dal “Fast fashion”, riguarda sfruttare le risorse più economiche e apparentemente qualitative con la finalità di avere un guadagno maggiore, con la possibilità di causare incombenze forti sull’ambiente e su coloro che ci lavorano.

Spiegateci il vostro processo, quanto ci avete messo a realizzarlo? Avete fatto vari esperimenti?

Nessun tipo di prova. Abbiamo realizzato una produzione di 60 pezzi.  Partendo dal presupposto, come ti dicevo prima, che la jeanseria è una forma d’arte, un jeans vissuto, magari di anni.

Oggi giorno per ottenere degli effetti di “vissuto”, molti marchi importanti utilizzano i lavaggi d’usura al fine di ottenere l’effetto vintage.

Un jeans negli anni, cambia, prende una nuova estetica dettata dai fattori ambientali (luce solare, cambi di temperatura, abrasioni) che influiscono sulla struttura del denim.

Questi effetti vengono riprodotti nelle lavanderie per creare un effetto vintage grazie all’azione di vari prodotti, anche chimici, e di conseguenza inquinanti. Questo processo è stato bandito da un gran numero di paesi al mondo, perché arreca danni sia all’ambiente sia a coloro che ci lavorano. Il quantitativo di litri d’acqua utilizzati per un singolo paio di jeans sono pari a 200, e spesso non riciclabili. 

Partendo da queste considerazioni, guardandomi intorno, prendendo spunto dai prodotti gastronomici del posto da cui provengo, come vini, salumi e formaggi, che invecchiando acquisiscono delle proprietà  che  aumentano  la qualità, ho pensato: perché non provare a far invecchiare un jeans  in maniera naturale, all’ aperto?

Alla fine, il risultato che ho ottenuto è stato quello di un prodotto che strutturalmente è ancora molto indossabile, però esteticamente ricorda un jeans d’annata. Il denim utilizzato per la produzione dei pantaloni è realizzato dall’ azienda Candiani, che è riconosciuta a livello globale per la produzioni ecosostenibili (particolare attenzione va sull’ utilizzo delle acque per la produzione delle tele, di cui si ricicla circa il 70%). 

I bottoni e i rivetti sono in rame e d’ importazione giapponese e all’interno della tasca è presente un’etichetta fotografica rappresentante un mash up di foto di  un block party del Bronx di New York, estraibile. A questa si aggiunge una salpa marchiata a freddo, che potrà essere cucita in un secondo momento, in quanto al momento dell’ acquisto verranno consegnati ago e filo, a discrezione del consumatore. 

Come avviene il processo di invecchiamento?

L’invecchiamento ha due fasi “forti “ (inverno-estate) e due “intermedie” ( primavera-autunno), l’ azione dei fattori ambientali che riguarda principalmente la fase invernale prepara i jeans alla fase estiva dove il sole agisce sulla tintura (indigofera tinctoria) che si rivela fotosensibile.

Se per esempio esponi all’aperto un jeans nel periodo Marzo-Ottobre (fase estiva), verosimilmente al momento della raccolta sarà poco più chiaro; se invece lo esponi nel periodo invernale, l’ azione degli agenti atmosferici indebolirà i legami fra le fibre del tessuto rendendo più facile il cambio di colore. Non è scontato che in futuro non svilupperemo altre modalità di invecchiamento.

Se dovreste collaborare con un brand o uno stilista internazionale, con chi vorreste creare una collezione esclusiva?

Partiamo dal presupposto che io ho una visione molto artistica e perciò anticonformista. Non sogno di collaborare con un grande marchio in virtù di tutto il ragionamento commerciale che c’è dietro. Non ho un’idea ben precisa, però se ti dovessi dire un marchio su tutti ti direi Patagonia perché ha un attitudine molto simile alla nostra, l’importante è che ci sia una volontà comune di produrre prodotti secondo la nostra visione.

Apnea mercoledì 20 si presenterà al pubblico a Napoli, a partire dalle 18, al Vesuvius Soul Records, Don’t miss it!