Se cercassimo un occhio non critico, ma sincero, sull’arte sicuramente il documentario sarà lo spazio in cui potremmo trovare più spunti. Negli anni si sono susseguite opere su opere che cercassero di dare uno sguardo globale alla cultura urbana. Su Netflix, ad esempio, troviamo prodotti estremamente validi come Hip-hop evolution o Numero Zero, documentario del 2015 in cui vengono raccontate le origini del rap in Italia e, soprattutto, la nascita di un nuovo tipo di artista “scapigliato”, attraverso interviste a pietre miliari come Kaos, Neffa ed Ax, Fritz, Double S e tanti altri, tra cui, Ensi, che si presta come narratore.

Bisogna fare attenzione, però, a come lo sguardo acritico del 2015 in così pochi anni abbia portato alla nascita di un tipo di documentario biografico più incentrato sulla celebrazione del protagonista. Negli ultimi 2 anni abbiamo assistito ai fenomeni commerciali di Look, mom, I can fly e Famoso, l’uno uscito su Netflix , l’altro, che racconta la storia di Sfera Ebbasta, su Prime in concomitanza con l’uscita del suo ultimo lavoro omonimo.

Se da un lato possiamo considerare un prodotto come quello di Travis acerbo, in quanto si parla di un artista che ha trovato il successo da davvero pochi anni, esso riesce a regalare dei momenti davvero alti (uno fra tutti: i ragazzini che saltano di gioia dopo esser riusciti ad avere una foto di gruppo con lui), andando ad evidenziare, più di tutto, l’empatia di un artista che ha il pregio di riuscire a stabilire un contatto stretto con i suoi spettatori durante i live.

Il documentario di Sfera, invece, se anche parta con una premessa che può essere addirittura più interessante del citato Look mom, ovvero l’analisi del successo del fenomeno trap nel contesto sociale italiano, a cui il genere era stato praticamente oscuro fino a pochi anni fa, arriva a perdersi in un racconto di cose per la maggior parte già note, ed in una pura autocelebrazione non inconsueta se si pensa al fine ultimo del documentario (basti guardare la stessa promo che l’entourage dell’artista ha effettuato per l’uscita del disco).

Se però con i documentari citati parliamo di prodotti estremamente blasonati e, da un certo punto di vista, mainstream, nel campo dell’hip hop uno dei miglior prodotti è il noto – ma non abbastanza – Time is Illmatic, legato, ovviamente, alla genesi di uno dei migliori album di sempre, di Nas.

Questo documentario dimostra che per cogliere le radici di una cultura non sia necessario uno sguardo comprensivo di tutto, ma piuttosto di un’analisi attenta.
Da un solo particolare, da un punto singolo, nell’opera di ONE9 si arriva ad una miriade di spunti diversi: da quanto il luogo di nascita influenzi la vita di una persona fino ad arrivare all’importanza della “penna” rispetto alla via facile della pistola.

I tre documentari finora citati sono riusciti ad ottenere un’attenzione mediatica quantomeno modesta. I veri diamanti, però, dovremmo cercarli nelle pellicole riguardanti un’arte collegata indissolubilmente al contesto urbano: la street art.

Quest’ultima è estremamente meritevole di interesse e ricca di spunti da esulare dal tema centrale, per arrivare a riflettere su politica, società e costume. 

Un esempio ne è Exit Through The Gift Shop, per la regia di Banksy: un docu-film di tipo “mockumentary”, ovvero composto da footage reali (o così dice Banksy), che parte dalla figura di Mr. Brainwash per arrivare, attraverso le persone con cui lui entra in contatto – come Invader o lo stesso Banksy, passando per figure importantissime come quella di  Shepard Fairey (OBEY) – ad una parabola sulla street art che ha nella sua cristallizzazione la parola autenticità. Persino il montaggio del film, operato dal team dell’artista, è stato, secondo le interviste, un processo estremamente arduo, con centinaia e centinaia di ore di girato, nel rispetto della parabola del “non spegnere mai la videocamera purché sia tutto vero”.

Restando in tema, da vedere è Infamy che racconta di Claws, riportandoci alle atmosfere dei primi 2000, non senza una punta di ambiguità in alcune sentenze generalizzanti; o Wall Writers il quale racconta la storia di Taki183; Piece By Piece con il mondo dei graffiti di San Francisco ed i suoi 3 pilastri, writing nel primo capitolo (con un commento esclusivo del newyorkese Cope2), credibility nel secondo, e public opinion nel terzo. 

Tra tutti questi, tuttavia, l’opera più rappresentativa non riguarda l’America, ne’ la Francia.

Ci troviamo a Belgrado, in Serbia, nei luoghi che tanto bene ci racconta Boogie: qui nasce Gold Along the Banks, un documentario indipendente per la regia di tale Nikola Zecevic, che si trovava a trascorrere un’estate in Serbia al momento della realizzazione.

“they say street art is glamorous…we are glamorous my a**!”

Dice una ragazza, mentre si trova in strada a realizzare uno dei suoi stencil. Il documentario non racconta la genesi di un grande street-artist, racconta semplicemente la sensazione da cui esso nasce, la volontà di esprimersi e di comunicare, ma anche la lontananza da una società gretta, che, però, non implichi, per forza, tendenze distruttive verso di essa.

Questa nonostante la povertà d’immagine data dal nullo supporto economico (che, forse, ne rappresenta un punto di forza), è l’opera più rappresentativa del genere. 

“why don’t we decorate it? All looks like shit!”