La gentrificazione (da gentry: borghesia) è un concetto di antropologia urbana che nasce in Inghilterra negli 60 del secolo scorso e fa riferimento a quei fenomeni di trasformazione di alcune aeree urbane, tanto sul piano architettonico degli edifici e delle case, quanto alle composizione sociale ed economica di chi vi abita.

La gentrification studia quel processo di “imborghesimento” dei quartieri, o meglio individua le ragioni e le cause che comportano la sostituzione del tessuto sociale originario di un luogo per un altro tipo di abitanti con un potere d’acquisto maggiore.

Uno dei casi anticipatori del fenomeno è stato il Greenwich Village di New York, che tra gli anni 60 e 80 fu il quartiere bohemien per eccellenza della città nonché la culla della cultura alternativa (ufficiale) e proprio in quegli anni ci vissero scrittori, artisti, musicisti, registi, poeti.

Celebrità come David Bowie, Bob Dylan, Al Pacino, Woody Allen, Dusty Hoffmann, Jimi Handrix e molti altri hanno mosso i primi passi nel Village e molte star ancora ci vivono, inoltre il contributo fornito dai media e dai film Hollywoodiani ha definitivimante consacrato la fama di questo quartiere. Il film “Persico”, interpretato da un grandissimo Al Pacino, fornisce una visione chiara del Greenwich Village degli anni sessanta, nucleo originario del movimento hippie di Manhattan. Tutte queste dinamiche hanno consacrato la fama di questo quartiere e quindi il suo prestigio, oggi i residenti del Village non sono più i musicisti e gli artisti emergenti ma è un luogo per persone benestanti, dove vivono celebrità affermate. 

Quindi cosa è successo? All’inizio il Village ha attratto artisti, poeti e via dicendo, che in un modo o in un altro hanno contribuito ad aumentare la sua fama, spesso con la semplice intenzione di viverlo, a tutto ciò è conseguito un rincaro generale della vita di quel quartiere con l’aumento degli affitti (legato al valore degli immobili) del costo dei servizi, bar, ristoranti e negozi. A pagare il prezzo sono stati proprio quegli artisti, attori ecc che non potendo permettersi quei costi sono stati costretti a trasferirsi in zone diverse, più economiche e con servizi peggiori. Al posto di questi ultimi subentra un nuovo tessuto sociale, celebrità, imprenditori, medici ecc in grado di potersi permettere i nuovi costi imposti dal mercato immobiliare. 

Oggigiorno le dinamiche della gentrificazione si sono evolute, sono sempre di più i fattori che riescono a rinnovare il prestigio di un’area, una su tutte è la street art.

L’arte urbana è coinvolta in questo processo in maniera paradossale e controversa, i murales attraggono la classe creativa nelle zone sotto processo di riqualificazione urbana, questo apporta un surplus culturale e quindi un miglioramento della qualità della vita, e così un ex area industriale o un quartiere degradato diventa meta per turisti e per un nuovo tessuto sociale. A farne le spese è la classe operaia originaria di quel quartiere costretta a traslocare perché non riesce a sostenere i nuovi prezzi del mercato, e quindi avviene una sostituzione della popolazione.

Un’opera di street art può far crescere il valore immobiliare dell’edificio su cui viene realizzata, il caso più recente è la nuova opera di Banksy “Achooo” realizzata sulla facciata di una casa a Bristol, inizialmente sul mercato ad un prezzo modesto per poi essere ritirata, e immessa nuovamente ad un prezzo maggiorato. Lo stencil di Banksy è rimasto vittima delle logiche di mercato, le stesse che l’artista ma in generale l’universo variegato dell’arte urbana dovrebbe combattere.

“Achooo” by Banksy, Bristol 2020.

Ma non è la prima volta che l’anonimo artista di Bristol è coinvolto in queste dinamiche già nel 2005 nel suo libro “Wall and Piece”, Banksy pubblicò una lettera ricevuta da un cittadino il quale rivolgendosi a lui scrisse:

“So chi è lei o quanti siete ma io le sto scrivendo per chiederle di smetterla di dipingere le sue cose dove viviamo noi. Specialmente la via xxxxxxx a Hackney. Io e mio fratello siamo nati qui e ci viviamo da una vita ma ora ci sono venuti a stare così tanti yuppies e studenti che nessuno di noi si può più permettere di comprare una casa nel posto dove siamo cresciuti. Di sicuro è anche per via dei suoi graffiti che queste mezze seghe trovano figo il nostro quartiere. Ci faccia il piacere, se ne vada a fare la sua roba da qualche altra parte, tipo Brixton”

Ma non sempre la street art è rimasta vittima di queste logiche, abbiamo anche casi di resistenza, il più romantico è sicuramente quello che molti all’epoca definirono “l’eutanasia artistica di Blu”. Nel 2008 lo street artist italiano dipinse due enormi murales (Brothers and Chainz) a Kreuzberg, Berlino, ma non appena l’artista apprese dell’aumento del valore immobiliare degli edifici su cui realizzò le sue opere, e non volendo contribuire quindi a questa speculazione edilizia e alla conseguente sostituzione del tessuto sociale, Blu nel 2014 cancellò i due murales.

Brother and Chainz by Blu (prima)

Diverso il discorso per le tags o per le scritte che vengono interpretati come atti di vandalismo, un deturpamento vero e proprio, che abbassa il valore degli edifici su cui vengono realizzate.

Quindi le tags vengono condannate, mentre i disegni “figurati” degli street artist più famosi sono invece decoro urbano. 

Quindi cosa viene concepito come arte e cosa no?

Da sottolineare è anche la capacità di comprendere questo linguaggio influenzato dall’impatto estetico che l’opera, qualunque essa sia (murale o tag), genera nelle persone. Il più delle volte un murales è compreso, perché il linguaggio e il disegno sono chiari e semplici, mentre le tags o le scritte hanno una chiave di lettura completamente diversa. Quest’ultime vengono condannate il 99% delle volte, senza sapere che le tags sono le colonne portanti del graffitismo e che il loro intento è quello di provocare, infastidire, far riflettere (oltre ad affermare il nome dell’artista e le sue capacità tecniche).

Come può un’artista urbano contrastare la speculazione sulle proprie opere ? Dovrebbero agire tutti come Blu ? 

La realtà è che spesso gli street artist creano ricchezza ma sono spesso altri a trarne profitto, in questo modo l’arte urbana che dovrebbe andare contro il sistema, diventa parte del sistema stesso. Fino a che punto il writer deve assecondare la committenza se alla fine il guadagno maggiore è di questa ? 

La questione è delicata. Il mondo variegato del graffitismo da sempre mette in rilevanza problemi sociali, contraddizioni della società, questioni politiche e molto altro ancora, essere sfruttato per fare gli interessi di chi apprezza questo linguaggio solo per il valore economico che esso genera è una cosa per persone vili e insensibili. Forse è il momento che si inizii a pensare ad nuovo modo, cosciente e prudente, di come utilizzare la street art, senza costringere le persone a cambiare casa per un murales.