Hong Kong è una regione speciale della Cina, una città famosa per il suo skyline e sicuramente fra le più occidentali in oriente, grazie o per colpa della colonizzazione britannica nella seconda metà dell’ottocento. Il suo carattere politico fra passato e presente, fra Inghilterra e Cina è tutt’oggi attuale. Prima che un virus stravolgesse le nostre vite, nel marzo 2019 iniziavano ad Hong Kong le prime manifestazioni contro un disegno di legge sull’estradizione, influenzando la sua economia, la sua quotidianità e non solo. Hong Kong e Pechino hanno da tempo un rapporto teso. Sebbene la prima faccia parte della Cina, è allo stesso tempo una città semi-autonoma con una propria lingua, valuta, sistema legale e cultura. Non è un caso quindi che negli ultimi anni i suoi cittadini si siano allontanati ulteriormente dalla Cina, chiedendone anche a l’indipendenza da essa.


Con Nella Tribù abbiamo deciso di approfondire questo argomento da un punto di vista socioculturale (clicca qui per leggere il loro articolo) in particolare analizzando la risposta a questo evento della cultura urbana. Nella città orientale, infatti, ben diffuso è lo streetwear.

In primo luogo bisogna parlare degli abiti neri, vietati successivamente dalla Cina. Si tratta di un colore il cui valore simbolico è trasversale. In occidente è il colore del lutto, il colore delle Pantere Nere, ma anche colore dei black block e dei fascisti.

Nella città asiatica il nero è usato da tempo come simbolo di opposizione al potere centrale della Cina. Già nel 2012 lo indossavano i manifestanti contrari alla riforma scolastica, e nel 2017 durante le marce pro-democrazia.

HONG KONG, CHINA – SEPTEMBER 29: Protestors take a rest on the street during a rally on September 29, 2019 in Hong Kong, China. Pro-democracy demonstrations have entered its fourth month as Hong Kong braces for the 70th anniversary of the founding of the People’s Republic of China with a series of pro and anti-Beijing protests scheduled towards October 1. Anti-government protesters have continued its call for Chief Executive Carrie Lam to meet their remaining demands, including an independent inquiry into police brutality, the retraction of the word ‘riot’ to describe the rallies, and genuine universal suffrage. (Photo by Billy H.C. Kwok/Getty Images)

A distanza di pochi anni, quindi, questo colore si è ripresentato e nell’estate dello stesso anno, come riportato dal quotidiano cinese South China Morning Post, la Cina ha cercato di impedirne una maggiore diffusione, bloccandone l’esportazione in città. Lo stesso procedimento era stato attuato con altri oggetti utilizzati durante le proteste, come gli ombrelli gialli.

Al di là della simbologia dietro un colore, qui, chi protesta lo fa attraverso una divisa non ufficiale, ma condivisa, quotidiana, sobria e ben diffusa: maglietta, jeans, scarpe da ginnastica nere e maschera per coprirsi il viso. Proprio per questo, il blocco dell’esportazione ha avuto un impatto minimo; non c’è mai stata una forte necessità di vestiti neri, trattandosi di capi comuni e già disponibili negli armadi dei manifestanti.

Come scritto da Friedman (critica di moda) sul New York Times, in questo caso non è il colore a definire la natura delle proteste, bensì il fatto che un gruppo di persone si riveda in un colore, la condivisione di esso. Emerge così un’identità comune, un processo di mimesis che si oppone alla visione cinese che invece la vuole distruggere. Attraverso queste grande macchie nere che si muovono per le strade della città delle proteste emerge quindi un’espressione visiva di una grande forza voluminosa.

Come già scritto, le restrizioni non hanno fermato le proteste, ma anzi ne hanno accentuato la creatività attraverso il merchandising di protesta fra magliette, calzini, distintivi e altro.

Protestare durante il capitalismo ed in una città con una forte presenza di industrie tessili implica la nascita di una nuova produzione che capitalizza l’ondata globale di sostegno alla città.

I manifestanti per lo più sono ragazzi e ragazze, persone quindi nate e cresciute nella società neoliberista in cui è ben diffuso l’utilizzo di marchi attraverso i quali potersi identificare, sentendosi parte di qualcosa di più grande.

Non a caso quindi durante il concorso online Vans Custom Culture fra le varie proposte è salita rapidamente in cima con una scarpa ispirata alle proteste di Hong Kong.

Per chi non lo sapesse, ogni anno  in cui il celebre marchio d’abbigliamento invita il pubblico a personalizzare i propri modelli di scarpe, premiando il vincitore (dopo una votazione) con $ 25.000 e le scarpe da ginnastica prodotte dal marchio.

Sulla scarpa, presentata da un utente canadese di nome Naomiso, troviamo il fiore presenta nella bandiera di Hong Kong ed uno degli ombrelli gialli sinonimo delle proteste a favore della democrazia della città del 2014. Le illustrazioni sul lato, invece, raffigurano una folla di manifestanti che indossano maschere antigas, occhiali protettivi ed elmetti.

La scarpa che sembrava potesse vincere o che comunque aveva attirato molte attenzioni,  a pochi giorni dal termine del concorso è stata rimossa. Vans si è giustificata poi attraverso i suoi canali senza fare un riferimento specifico: 

“In quanto marchio aperto a tutti, non abbiamo mai assunto una posizione politica e pertanto rivediamo i progetti per assicurarci che siano in linea con i valori di rispetto e tolleranza di lunga data della nostra azienda, nonché con le nostre linee guida chiaramente comunicate per questa competizione” 

Queste parole hanno scatenato i social media dove è partito l’hashtag #boycottVans. Alcuni utenti hanno lasciato intendere che la decisione contraddiceva la storia e l’identità di Vans come marchio di skateboard radicato nella ribellione giovanile, mentre altri hanno creato poster satirici cambiando lo slogan del marchio “Off the Wall” con “Lick the Great Wall”, lasciando intendere l’influenza delle pressioni cinesi su Vans.

Il rapporto fra mercato e politica, fra i propri interessi economici e gli interessi della comunità, in questa situazione è molto tesa e difficile. Il caso Vans non è l’unico. I manifestanti hanno attaccato e vandalizzato le sedi di attività commerciali legate alla Cina continentale, molte delle quali avevano chiuso in anticipo. Nel giugno 2019, Nike ha ritirato una serie di prodotti in Cina dopo che uno stilista aveva espresso sostegno alle proteste. Anche Versace, Coach e Givenchy sono stati criticati dai consumatori cinesi per prodotti che hanno trascurato di identificare Hong Kong come parte della Cina.

La situazione non è facile, a distanza di un anno non è cambiato molto, ma anzi si è andata esasperando. Convivere con questi marchi e la propria etica non è facile.