Se doveste trovarvi a parlare a qualcuno che non sia di Napoli di cinema napoletano, sono abbastanza sicuro che, oltre alla solita roba, non sentireste altri titoli all’infuori di Gomorra. Non giudico il prodotto in quanto tale, ovviamente: si tratta di una produzione da milioni di euro, con un seguito di centinaia di migliaia di persone, ed è più che lecito che venga portata avanti per così tanto tempo: paradossalmente, all’Italia, in campo cinematografico, tanta notorietà potrebbe anche far bene (e forse lo sta già facendo?). Però, vorrei portare a riflettere su un singolo argomento: avete presente quella situazione in cui voi provate un imbarazzo tale da vergognarvi, ma che non dipende da voi? Ecco, ultimamente nei cinema è uscito L’Immortale, e, sono certo che, se l’avete visto in sala, sul finale abbiate sentito un applauso. Un applauso, in un contesto del genere, è, probabilmente, la cosa peggiore che potesse capitare, anche perché fondamentalmente non dipende da “chi lo vede” ma – un po’ per quel principio delle folle – da “chi lo fa” e da come lo racconta. Solo che, caspita, un applauso ad un film su un camorrista, fittizio sì, ma pur sempre un archetipo di camorrista, è, quantomeno, strano. 

Da qui, parto con ciò di cui volevo parlare. Facile è intuire che Napoli sia terreno fertile per le idee, basti pensare che anche Umberto Lenzi le aveva dedicato un lavoro, Napoli Violenta, che, per quanto abbia un titolo fuorviante, è da collegare al genere del poliziottesco italiano (per Lenzi, anche Campobasso sarebbe stata “violenta”, per dire), però, esiste un circuito di film, in cui un atteggiamento come quello citato prima -e mi riferisco alla romanticizzazione del male, in un certo senso- non è contemplato, ed in cui, l’unico aspetto che conta è la descrizione della realtà senza filtri. 

Prendo ad esempio un film tratto da un romanzo omonimo di De Silva, abbastanza più fortunato della pellicola: Certi bambini, in cui, tra l’altro, recita un giovanissimo Gianluca di Gennaro. Ecco, in Certi Bambini, il nome della nostra città non viene nemmeno mai citato. Eppure, l’impatto che un film del genere ha sullo spettatore è completamente diverso rispetto ad una grande produzione qualsiasi: tu, spettatore, sai di cosa si parla ed è attraverso gli occhi del bambino, Rosario, appunto, che si coglie il punto della situazione…qui si parla di romanticismo, non romanticizzazione. Il vero cinema descrittivo Napoletano, non stranamente, tende ad esaltare questo aspetto, ovvero quanto Napoli sia bellezza, quasi infantile, innocente, a cui, però, non è stata ancora spiegata la differenza tra male e bene. Non a caso, in Certi bambini, il protagonista assoluto è il criaturo. Il nemico, ovviamente, è chi approfitta della sua innocenza. Lo spettatore, invece, soprattutto se coinvolto in prima (o terza, che dir si voglia) persona, è la parte davvero grande: la differenza tra il bene e il male -ovvero il grande tema del cinema di tutti i tempi-è nelle sue mani, perché, come dovrebbe essere, non si tratta di una pellicola schierata da nessuna parte: l’unica parte che viene presa, è quella individuale del ragazzo Rosario, la cui peculiarità più grande è quella di essere esempio personificato di napoletanità: ne vediamo gli innamoramenti, l’ironia (memorabile il momento del “semp undici anni teng!”) e, infine, i difetti, mai nascosti. 

Parzialmente, Certi Bambini l’ho ritrovato anche nel recentissimo La Paranza dei Bambini, per quanto anche quest’ultimo provenga da un romanzo del -mi scuserete- retoricissimo Saviano; E, ancora, i temi di cui parlo, sono anche in Reality, un (letteralmente) favoloso spaccato di Garrone, che guarda ancora al romanticismo della città e di come esso venga letteralmente infuso nei suoi abitanti: un po’ come aveva fatto, con trama prevedibilmente molto diversa, Rossellini in Paisà, in cui, per lo scugnizzo, un paio di scarpe valgono 100 ore di storie. Superfluo citare il meraviglioso di De Crescenzo, che, a quest’altezza, credo che dovrebbero conoscere tutti.

Per quanto ormai certi film abbiano una distribuzione comunque limitatissima, il mio obiettivo era semplicemente far riflettere sul fatto che il NOSTRO cinema è altro all’infuori di sangue gratuito e, soprattutto, senza spiegazione alcuna. 

Eppure, l’applauso arriva con ciò con cui non dovrebbe arrivare.  

Ma, in fondo, è tutto comprensibile: se guardassimo alla nuova leva trap napoletana (il genere musicale del momento, per intenderci), sarebbe altrettanto facile intuire quali siano i pezzi che prendono molto di più nelle discografie dei vari Luchè, Lele Blade etc.
Sembra brutto, effettivamente, citare sempre i soliti artisti, ma una personalità come Geolier, ad esempio, ne è l’esempio portante. Per lui, un pezzo come Narcos  rappresenta commercialmente un successo maggiore rispetto a qualcosa di più ragionato come un Provino, nonostante il livello sia in entrambi i casi simile. 

Eppure, come si spiega un fenomeno del genere? Ammore e Malavita, direbbero i fratelli Manetti; Io, invece, tragedia ed empatia, direi, più semplicemente.