La Street Art è uno dei linguaggi della contemporaneità, sicuramente ad oggi la forma più diffusa nel panorama dell’arte contemporanea che con ogni probabilità sarà une delle testimonianze maggiori della nostra epoca.

Già ben consolidata all’estero solo negli ultimi anni sta trovando il suo spazio in Italia, soprattutto nei media , i quali forniscono spesso una narrazione errata e superficiale del fenomeno, senza analizzare le dinamiche e le evoluzioni che hanno permesso la consacrazione di questa forma d’arte.

Fra gli addetti ai lavori del mondo italiano troviamo l’associazione DNA, per approfondire meglio la narrazione della Street Art e la loro storia abbiamo intervistato Mirko Pierri direttore artistico e curatore di a.DNA.

Ciao Mirko!
Vorrei partire da una semplice curiosità: qual è l’origine ed il significato del vostro nome?

Inizialmente l’idea era di creare un collettivo di “non-artisti” (a.DNA “associazione Dei Non Artisti). Volevamo ripartire da zero, affrontare il mondo dell’arte indipendente senza un’identità già formata, ma aperta a nuove contaminazioni. Mettere in crisi il senso e il significato di Arte. Ripartivamo “senza DNA” appunto. In modo da poter costruire qualcosa di diverso, alternativo al sistema artistico che vedevamo allontanarsi sempre di più dalle persone e dalle realtà territoriali che vivevamo.

Nelle vostra bio Facebook troviamo scritto “a.DNA collective nasce nel 2010 in risposta a una scena artistica che fino a quel momento si era dimostrata sterile e chiusa alle idee di chi si proponeva di provare a creare un’alternativa artistica aperta, in movimento e inclusiva” Com’era l’arte urbana a quei tempi? 

I primi anni, dal 2010 e anche prima, non lavoravamo soltanto nell’ambito specifico dell’arte urbana e ci dedicavamo alla promozione a 360° di artisti indipendenti. Organizzavamo già eventi, esposizioni, produzioni editoriali autoprodotte, incontri e momenti in cui musica, arte visiva pittorica, digitale e performativa si fondessero e si contaminassero. L’arte urbana, o meglio, la street art prodotta senza autorizzazioni, è stata ispiratrice.

Già dal 2010 abbiamo iniziato in modo spontaneo a lavorare con molti artisti che producevano street art perché affini alla nostra idea di arte, di confronto, a volte di conflitto. E’ avvenuto tutto in modo progressivo per le attività del collettivo, mentre io personalmente sono da sempre stato appassionato di graffiti-writing, hip-hop e street art, dall’età di 13 anni.

Insieme ad alcuni amici abbiamo creato “a.DNA” in contrapposizione a un’alienazione dell’arte sulla quale ho iniziato a riflettere già nel 2007, quando organizzavo i primi eventi, curavo le prime mostre a Roma e Salerno e studiavo storia dell’arte all’Università La Sapienza. Vedevo artisti lavorare in circuiti chiusi, ristretti, spesso provinciali, emarginando giovani artisti che avevano talento, ma non i soldi per esporre in gallerie o mostre collettive a pagamento.

Tuttora funziona così in alcuni ambiti e molti talenti vengono emarginati. La street art ha avuto un ruolo fondamentale in tutto questo, in Italia già dagli ultimi anni ’90 e i primi dei 2000.

Lavorare in strada per molti è stata un’alternativa concreta, una valvola di sfogo, una ricerca di spazi dove esprimersi. Quegli stessi spazi che noi cercavamo e che dal 2010 come organizzazione iniziavamo a creare aprendo qualche breccia, per promuovere quegli artisti che non riuscivano a trovare il modo di esprimersi liberamente. Volevamo trovare luoghi e condividere occasioni, costruendo rapporti con associazioni, club, locali, centri sociali, tutto quel mondo che dava possibilità alternative al mercato tradizionale dell’arte. E nel nostro, ci siamo in parte riusciti.

Dopo 10 anni di attività, invece, cos’è cambiato? 

Il 2010 è stato un anno sparti acque: iniziavano i primi grandi festival anche in Italia. Le gallerie iniziavano a esporre in modo ancora più frequente artisti che lavoravano in strada, le istituzioni e gli enti pubblici si accorgevano delle potenzialità della street art e iniziavano a nascere anche tutte le contraddizioni che abbiamo vissuto spesso sulla nostra pelle. Sicuramente le nostre progettualità nel frattempo sono diventate più complesse. Dal 2014 abbiamo lavorato sempre più assiduamente nello spazio pubblico.

Le scuole sono state il nostro punto di ripartenza, perché avevamo la possibilità di condividere la nostra esperienza e intercettare ragazzi e ragazze appartenenti a contesti diversi, mostrando una visione alternativa, differente da quella depressa che si vive quando si è bambini o adolescenti, spesso oppressi dalla cultura mainstream. Se non hai qualcuno che fa cambiare direzione al tuo sguardo, è difficile accorgersi di quanta arte c’è fuori dai canali ufficiali.

Abbiamo sempre cercato di lavorare alla costruzione di una rete di scambi tramite azioni culturali, artistiche, sociali e didattiche. 

Quindi per noi sono cambiati i luoghi, le progettazioni, la tipologia di approccio allo studio dell’arte urbana, ma non le modalità tendenzialmente sperimentali dei processi. In generale, invece, è cambiato il punto di vista di istituzioni e fruitori, nei confronti di una street art intesa per i più nella sua accezione di arte pubblica istituzionale e non nella sua essenza indipendente e originale. Questo ha creato una grande confusione.

In Italia a partire dal 2015 circa la Street Art sembra aver preso il suo trampolino di lancio in Italia. Viene utilizzata sempre di più come Arte Pubblica, per le pubblicità (vedi da Gucci a Milano o i murales della Lega calcio per la Coppa Italia). Com’è stato possibile?
Ma soprattutto oggi quest’espressione la si può ritenere ancora “street” o andrebbe chiamata diversamente? 

Una cosa è la street art, un’altra cosa è l’arte pubblica istituzionale, un’altra ancora è la pubblicità. Da sempre gli artisti lavorano per committenze, pubbliche o private, a volte lavorano per la propria ricerca personale e per sé stessi. Ecco, non vedo nulla di nuovo nei murales realizzati a fini pubblicitari. Il problema è quando quegli interventi vengono comunicati come street art. E non per la parola “street”, ma per l’attribuzione di Arte a una produzione artigianale con fini commerciali. 

Detto questo, in Italia purtroppo siamo molto indietro e non lo dico per fare l’internazionalista o usare clichè. Siamo indietro perché per apprezzare o conoscere un fenomeno che ci viene sbattuto in faccia da circa 40 anni sui muri delle nostre città, abbiamo ancora bisogno della televisione oppure che ne parlino i media. Non approfondiamo spontaneamente, ma aspettiamo che ci venga imboccata una verità falsata, dandola per buona. La street art in Italia per la maggior parte delle persone sembra nata ieri perché i media mainstream l’hanno assunta come argomento di dibattito o di cronaca soltanto da pochi anni, dando informazioni spesso confuse e distanti dalla realtà. Qui, invece, l’arte in strada e nello spazio pubblico ha una sua storia e identità ben radicata che va al di là delle recenti influenze. 

Negli ultimi anni in Italia sono nati fenomeni ambigui che però nell’immaginario di molti rappresentano la “vera street art”: sempre più frequenti sono i murales, i poster e gli stencil prodotti per seguire il trend o la notizia del momento. Opere realizzate da artisti che sfruttano le modalità di intervento della street art, ma che sono lontani dalla poetica che caratterizza, a livello internazionale, chi la produce.

I social hanno poi amplificato questo vero e proprio format: interventi non autorizzati, ma organizzati ad hoc e seguiti da uffici stampa, cercando consenso mediatico a discapito dei contenuti. Secondo la mia concezione, quella non andrebbe chiamata street art, non è nemmeno valutabile come riflessione seria su determinati fatti di cronaca. E’ considerabile semplicemente come spot pubblicitario che l’artista fa di sé stesso, usando quelle che poi sono tecniche spicciole di self-marketing. 

La street art nasce proprio per sovvertire queste dinamiche. Usando praticamente gli stessi mezzi della pubblicità e spesso influenzandola viceversa, crea un cortocircuito. Laddove il messaggio è “compra”, inserisce contenuti nuovi, diversi, a volte semplicemente non aggiunge nessun contenuto, ma invade lo spazio urbano facendoci riflettere sull’esistenza stessa di quelle immagini nei luoghi pubblici e mettendole in discussione. L’esistenza in strada di immagini nate per scopi artistici o comunque differenti dal messaggio promozionale, crea un contrasto e ci fa notare ciò che invece per noi è diventato un panorama quotidiano. Billboard, manifesti, schermi: la pubblicità è ovunque e invade la nostra vita. 

La street art, invece, inverte la rotta e critica il bombardamento subliminale di un sistema capitalistico che ci tratta esclusivamente come consumatori. Questa è la poetica originaria della street art o almeno la sua caratteristica germinale. E in questi termini, a mio avviso, può essere chiamata ancora così.

Qual è il futuro di questo movimento?

Credo che la street art non sia mai stata un vero e proprio movimento. Anche se la parte che vedo più unita a livello internazionale e che costituisce una vera e propria comunità globale è quella degli artisti che producono poster e sticker: collaborano, si scambiano materiale e diffondono in tutte le città del mondo anche i lavori dei propri colleghi.

Credo che il futuro della street art sia da ricercare in questo tipo di interventi perché pianta le sue radici nell’essenza stessa dell’arte di strada e trae ispirazione dalle sue origini (in questa coerenza è molto simile al graffiti-writing). E non mi riferisco ovviamente ai manifesti affissi per questa o quella notizia di cronaca, che durano il tempo di un post social o un articolo di giornale. Penso, invece, a tutti quegli artisti che lavorano al proprio immaginario e sperimentano una ricerca estetica personale, originale. Loro sono il passato, il presente e il futuro della street art. E’ da questo che artisti come Blek La Rat, Jef Aerosol, Shepard Fairey (Obey), Banksy e molti altri, hanno iniziato a costruire ed evolvere la propria ricerca.

Quest’estate ci avete aiutato a riassumere le opere di Street Art nel Cilento, com’è stato lavorare a Battipaglia o a Quadrivio? Come viene accolta l’arte urbana in realtà non metropolitane?

Io sono nato e cresciuto a Battipaglia. Per studio e poi lavoro dal 2005 vivo a Roma, ma appena ho avuto l’occasione di riportare le mie attività anche in provincia di Salerno, l’ho fatto.

A Battipaglia è stato per me molto importante poter invitare artisti internazionali del calibro di El Niño de Las Pinturas da Granada (2014), Millo (2015), Etnik (2016) e al tempo stesso lavorare con artisti locali dalla storia e tecnica straordinaria come Luispak, Trip e Walter Molli. A Campagna abbiamo potuto lavorare con i francesi Ella & Pitr (2015) e il romano Mr. Klevra (2015), mentre ad Agropoli abbiamo invitato l’artista veneto Peeta a dipingere le facciate esterne del Liceo Statale “Gatto” (2017).  

L’idea iniziale era di creare una rete di città accomunate proprio dagli interventi site specifc di “Urban Area – Salerno” e nel corso degli anni ci siamo riusciti, attirando l’attenzione di media nazionali e internazionali, creando scambi tra amministrazioni locali che hanno aderito con il loro supporto istituzionale. 

L’importanza di interventi simili, per me, è vitale: ho vissuto questi territori da bambino e adolescente, so cosa significa non avere contatto con una cultura contemporanea che sembra ti sfiori, ma che resta lontana e inaccessibile.

Dare la possibilità a bambini e ragazzi del territorio di poter incontrare e lavorare con artisti locali e internazionali, crea ponti inimmaginabili e occasioni uniche di confronto e crescita per tutti, anche per noi operatori e per gli autori delle opere. Proprio per questi motivi abbiamo deciso di non creare un festival, ma di lavorare invece a progetti specifici, un’opera per volta, inserendole nella mappatura del progetto “Urban Area” per una facile fruizione e creando momenti aggregativi per valorizzare ogni singolo intervento. 

Ogni murale ha generato nuove narrazioni ed è il frutto di un lavoro continuo con gli artisti: per me è fondamentale fornire il materiale necessario per l’elaborazione di progetti contestualizzati sia nell’estetica, nelle architetture, ma soprattutto nei contenuti. Spesso le bozze, laddove possibile, vengono prodotte in loco dopo uno o due giorni di residenza. La maggior parte delle opere, infatti, sono state dipinte sulle facciate esterne di comprensori scolastici e abbiamo voluto iniziare sempre con workshop dedicati agli studenti che avrebbero poi accolto gli artisti. I partecipanti ai workshop hanno dipinto muri interni ed esterni alle scuole, partecipando attivamente a una vera riappropriazione degli spazi scolastici. Non è mai stata semplice decorazione o acquisizione sterile di tecniche, ma una continua e collettiva presa di coscienza dello spazio cittadino vissuto nella quotidianità. La risposta è stata partecipativa e intensa.

Tra l’altro abbiamo, in Cilento e nella Piana del Sele, un’importante eredità in ambito muralista. Infatti a Battipaglia abbiamo iniziato nel 2019 il progetto “Spes” collaterale a Urban Area, per la valorizzazione, il recupero, il restauro e lo storytelling di tre opere murali dipinte tra il 1984 e il 1986 in piazza Risorgimento. Il progetto continuerà ed è strettamente collegato alle nuove opere già realizzate, per raccontarle e creare un legame storico-identitario tra la città e i suoi abitanti. 

Come selezionate gli artisti? 

Di solito è il contesto a suggerire l’artista adatto. A volte è il progetto specifico che si intende attuare che aiuta a creare una selezione. Può accadere che si pensi a un progetto direttamente in collaborazione con un artista con il quale si lavora e in seguito si individui un sito dove intervenire. Altre volte, invece, sono gli artisti a proporsi oppure i committenti a chiedere nomi specifici, quindi va intavolata ogni volta una progettazione ad hoc.

Con Urban Area oltre a lavorare nel Cilento siete attivi ad Ostia, anche attraverso dei laboratori. Cosa fate? Qual è la risposta dei cittadini e dei ragazzi con i quali lavorate?

A Ostia dal 2015 lavoriamo ininterrottamente a percorsi didattici molto intensi e dall’impatto concreto eccezionale. All’inizio le modalità erano simili a quelle di Salerno e abbiamo svolto in parallelo progetti didattici con interventi murali di artisti locali e internazionali come omino71, Mr. Klevra, Jerico, L7m (Brasile), Jimmy C (Australia), Warios, Alex Senna (Brasile), Nicola Verlato, NemO’s, Collettivo FX e molti altri. 

Abbiamo creato due diversi percorsi in due quadranti di Ostia che è una vera e propria città da circa 100.000 abitanti, più che un quartiere di Roma.

Nel corso degli anni la risposta è stata enorme e a catena. I bambini e gli adolescenti del territorio hanno iniziato a seguirci costantemente, grazie anche a una sempre più fitta rete di relazioni tra enti pubblici, presidi scolastici e associazioni interessate al nostro lavoro e che ci supportano coinvolgendoci in processi ampi e partecipativi, ai quali apportiamo i nostri contenuti e ci occupiamo della promozione dell’arte urbana.

Nel corso degli anni la risposta è stata enorme e a catena. I bambini e gli adolescenti del territorio hanno iniziato a seguirci costantemente, grazie anche a una sempre più fitta rete di relazioni tra enti pubblici, presidi scolastici e associazioni interessate al nostro lavoro e che ci supportano coinvolgendoci in processi ampi e partecipativi, ai quali apportiamo i nostri contenuti e ci occupiamo della promozione dell’arte urbana.

A ogni azione i ragazzi e le ragazze che lavorano con noi prendono sempre più coscienza dello spazio urbano che abitano. Migliorano nella partecipazione, nella comprensione dell’importanza di dipingere in strada e anche nella tecnica. Una soddisfazione che ripaga le difficoltà che abbiamo affrontato negli anni per far comprendere il nostro lavoro e l’importanza dell’arte urbana, scontrandoci spesso con chi la ritiene una forma di vandalismo oppure che contrappone il graffiti-writing come imbrattamento e la street art come abbellimento della città.

A causa dell’enorme diffusione del fenomeno, contrapposto alla superficialità e la confusione dilagante, ci ritroviamo spesso operatori e docenti che insegnano l’arte urbana in questi termini, producendo enormi danni nella percezione dell’arte di strada che hanno le nuove generazioni. Il nostro lavoro è incentrato proprio sull’informazione e l’approfondimento in materia, passando attraverso la pratica del writing e di tecniche della street art, per dare accesso a tutte le differenti modalità di intervento in strada e quindi aiutare a decifrarne il senso profondo e reale.

Incontrare gli artisti, poterli affiancare e avere scambi con loro, permette a chi partecipa ai workshop di ricostruire un quadro generale dell’arte urbana internazionale, usando i diversi punti di vista acquisiti direttamente dagli autori delle opere in strada come pezzi di un grande puzzle. 

Ho sempre pensato che l’arte, soprattutto quella di strada, possa dare alternative concrete a giovani abitanti di un luogo, che sia periferico, centrale, un paesino o una grande città. Ho sempre lavorato con l’obiettivo di attivare collaborazioni sia tra artisti che tra ragazzi e ragazze per creare sempre nuove e interessanti opportunità.

Ovunque, ma a Ostia in particolare, in sei anni ho avuto la conferma diretta, concreta, di ciò che penso e per cui lavoro da anni. Ho notato la crescita della voglia di agire nel proprio territorio, restare, prendersene cura, per non essere costretti a cercare altrove le stesse opportunità. Tutto questo avviene solo grazie a chi lavora costantemente per avvicinare e creare dialogo tra diverse comunità e generazioni, diffondendo arte e cultura, promuovendo socialità.