Gennaio 2021, Salmo attraverso delle Instagram Stories inizia una riflessione sulla musica italiana.

A detta del rapper sardo si copia troppo la musica straniera e non si cerca di creare qualcosa di nostro che gli altri possano copiare. 

Vero, in parte. È un argomento contorto.

L’universo creativo è un universo infinito, a cui non bisogna porre limiti.

L’originalità di cui parla Salmo la si può trovare in vari modi, attraverso un’idea realmente innovativa o attraverso la valorizzazione della propria storia culturale.

Si tratta di un processo, praticamente morto nel nostro paese.

L’Italia odierna non vuole parlare e valorizzare la sua cultura. D’altro canto parlare nel nostro paese di identità può essere rischioso.

Affermare che la musica italiana deve essere italiana non significa essere conservatori, filo-leghisti o simili. Bensì significa riconoscere e valorizzare le nostre tradizioni, unendole con la contemporaneità. Significa valorizzare noi stessi.

Da un punto di vista formale questo processo può avvenire in due modi: attraverso la parola o attraverso il suono. In più esiste una terza via figlia dell’unione delle precedenti. 

Attraverso la propria parola, attraverso il proprio linguaggio, può significare narrare nei propri testi realtà tipicamente italiane. Ogni contesto ha la sua quotidianità, banalmente andare a scuola in Italia non è lo stesso che andare a scuola in Germania. 

Da questo punto di vista una canzone in italiano e una canzone in una qualsiasi altra lingua, al di là del genere, avranno sempre delle differenze. A questo bisogna aggiungere però un altro punto: ogni lingua ha il suo suono, determinato dalle sue caratteristiche e dai suoi vocaboli.

Il discorso iniziato da Salmo, e che facciamo nostro, si rivolge prettamente a questo aspetto: al suono. Solo attraverso di esso si può essere riconoscibili, altrove. Nella musica i testi e le parole risultano fondamentali quando le capisci, ma il primo impatto avviene con il suono.

Dal Rock al Hip-hop, dal secondo dopoguerra ad oggi, la principale influenza in ambito musicale proviene dal mondo anglosassone. Sono negli ultimissimi anni di grande diffusione è il suono latino. 

Proprio da quest’ultimo arriva un importante esempio. La Latin Trap è riuscita ad unire la batteria 808 del sound di Atlanta alla batteria  reggaeton, non dimenticando di riprendere altri elementi tradizionali.

Oltre alla Latin-Trap esemplare è l’ultimo album di Rosalia in cui si unisce il flamenco, nelle sonorità e nel canto, con le strumentazioni elettroniche e moderne.

Dietro questo progetto, nella stesura dei testi e altro, c’era C.Tangana. Il rapper di Madrid  ora sta sperimentando come fatto con Rosalia, unendo tradizione e contemporaneità.

Stesso discorso vale per l’Afro-Trap o ancora per la Trap francese che ha fatto della melodia il suo marchio di fabrica.

La musica nostrana come si comporta in questo contesto?

Si potrebbe fare una differenza fra musica in italiano e musica italiana, una musica caratterizzata da un suono comune e diffuso con dei testi in italiano ed una musica che fa della sua forza l’unione fra vecchio e nuovo. 

Il primo caso è certamente il più diffuso, accompagnato dalle logiche dell’industria musicale.

Il secondo invece inizia a diffondersi e lascia ben sperare.

Per quanto possa sembrare una tematica, un problema contemporaneo, dal passato ci vengono incontro vari esempi.

Il più famoso è quello di Pino Daniele, capace di inserire strumenti mediterranei come un semplice mandolino in sonorità importate degli Stati Uniti; un esempio perfetto di contaminazione. 

Nel 1994 La Famiglia fece lo stesso in alcuni suoi brani contenuti in 41° Parallelo.

I Co’Sang come i Club Dogo hanno campionato brani italiani classici; addirittura chi ci ha fatto un album interno come Mondo Marcio o Mr. Phil utilizzando questi sample.

Nel 2018 Jesto cercò di unire le sonorità cantautoriali con l’Hip-hop. O ancora Vale Lambo, fortemente influenzato dalla scena franscese, con melodia e trap. Liberato in Nunn’a voglio ‘ncontra fra tarantella e techno. 

Di esempi ne abbiamo, purtroppo sparsi, ma in aumento.

Perché ora non farne un punto di forza? Perché non fare musica italiana piuttosto che musica in italiano?

Troppo spesso dimentichiamo o ignoriamo quante popolazioni hanno abitato la nostra penisola e quanta cultura si è prodotta. 

Unire i suoni folkoliristici e tradizionali a quelli moderni può creare un crossover unico, nostro, potenzialmente valido come lo è stato per altre realtà.

La Trap stessa nasce da questo crossover, il contesto e le influenze musicali del sud degli Stati Uniti d’America non sono le stesso di New York. L’Italia è un mix di tante culture da cui poter trarre infinite inspirazioni.