A settembre tramite le nostre storie Instagram scrivemmo:
“Il rapper napoletano lo si può dividere in due grandi categorie: il comico e ‘o malament’. Non ci sono vie di mezzo, le eccezioni sono rarissime o poco rilevanti nell’industria musicale. Talmente “colonizzati” mentalmente da non riuscire ad uscire fuori dagli stereotipi, altrimenti non si vende in Italia”.

Una provocazione, con un fondo di verità, che merita un approfondimento.
In primo luogo bisogna chiedersi chi oggi rappresenta Napoli nel gioco del rap e quali sono i nomi storici della scena.

Dall’aprile 2018, mese di uscita di Giro P’Secondigliano di Geolier e Nicola Siciliano, e la consacrazione di Luché con i suoi album Malammore e Potere (2016-2019) il rap napoletano è stato protagonista di una svolta importante: la sua ascesa definitiva nel rap italiano.

Il merito non è sicuramente solo dei due artisti sopracitati, Napoli sulla mappa del rap italiano venne messa definitivamente dai Co’Sang negli anni 2000 e prima da La Famiglia e Speaker Cenzou anche attraverso le collaborazioni con Neffa nei primi anni del rap italiano, nel decennio appena terminato invece è stato Clementino a dare un colpo importante nella scena musicale italiana iniziando la definitiva affermazione della città partenopea.

Soffermandoci sui nomi sopracitati è possibile notare un atteggiamento comune a molti, basandosi esclusivamente sulla percezione data dal loro immaginario fatto di foto online, copertine degli album, videoclip e principali successi: un atteggiamento intimidatorio.

Negli ultimi anni proprio questo atteggiamento è riuscito a conquistare il grande pubblico, uscendo dai propri confini regionali. Tutti i magazine del settore ora parlano della particolarità della scena di Napoli, ignorando però la sua standardizzazione.

Per molti appassionati del genere Napoli è la città più vera dove poter fare rap, aiutata da una dialetto più adatto al genere rispetto all’italiano, e dove il disagio può essere paragonato a quello statunitense. Quando si parla di Napoli quindi inevitabilmente si parla anche dei suoi problemi, cadendo spesso anche nel luogo comune, vale per il rap come per la cronaca nazionale.

Il pregiudizio e la discriminazione territoriale nei confronti del Sud e di Napoli sono così permeati nella nostra società da essere piuttosto ”normalizzati”.

Attraverso i media principali il napoletano è rappresentato costantemente come macchietta comica e pregna di stereotipi negativi. Ben diffusi sono programmi e personaggi che non fanno altro che rafforzare questa idea o sei una macchietta o sei ”malamente”, o fai ridere o sei violento.

Il rap in questa situazione cosa fa, come agisce?

Oltre ai sopracitati Luché e Geolier, la scena odierna nella città partenopea è rappresentata (a livello mainstream) da Vale Lambo, Leleblade, Clementino, Coco, Enzo Dong, Mv Killa, Nicola Siciliano, Samurai Jay, Ntò e pochi altri.

Guardando le copertine dei loro ultimi album è possibile notare come la maggior parte sia accomunata da un’espressione cattiva o da simboli collegabile alla vita di strada.

Tanti di questi rapper provengono, inoltre, dall’Area Nord di Napoli, periferia con varie difficoltà che inevitabilmente hanno influenzato la musica. A Tal proposito come mai da altre zone della città, da altre periferie, con uguali difficoltà, non emergono altri artisti?

Su 12 copertine 7 [in ordine Luchè, Enzo Dong, Lele Blade, Mv Killa, Ntò, Geolier e J Lord (ultimo singolo)] mostrano un atteggiamento da strada, non sempre però confermato in tutti i brani presenti, mentre gli altri non hanno una lettura così intuitiva. C’è il potere, ci sono i proiettili, una pistola, soldi, pose e sguardi minacciosi.

Il rap di strada è sempre esistito, a Napoli come altrove, ed ha anche ragione di esserci ponendo l’accento su alcune problematiche per chi riesce ad andare oltre un primo significato. Il problema, se così lo si vuol chiamare, non è questo tipo di rap piuttosto il suo quasi monopolio nella scena partenopea.

Anche uscendo da Napoli, ma restando nei confini regionali troviamo una situazione simile: Speranza (CE), Capo Plaza (SA) o Peppe Socks (SA) hanno un’attitudine principalmente di strada. Le uniche eccezioni mainstream lo possiamo ritrovare in Rocco Hunt (SA) e Ghemon (AV), il primo è riuscito ad evolversi uscendo -musicalmente- della sua Zona Orientale, il secondo è sempre stato una voce fuori dal coro, ora ancor di più ora che strizza l’occhio ad altri generi.

Il contesto in cui vivi ti influenza, sappiamo bene quanto Napoli sia una città difficile, così come sappiamo però esserci anche tanto altro. Sappiamo bene come la società odierna sia sempre più pregna di violenza, fisica e verbale. Sappiamo bene quanto l’apparenza possa ingannare, infatti come già scritto non tutti i brani all’interno degli album confermano una prima percezione, però questa percezione comunque fa parte dell’immaginario che ogni artista si crea.

La prevalenza di un certo tipo di rap, di strada e violento, non è unico della città partenopea, di esempi se ne possono fare tanti. Il nuovo trend nell’Hip Hop internazionale ora è la Drill (espressione simile alla Trap, caratterizzata da testi violenti e nichilisti). Proprio quest’ultima sta monopolizzando il rap inglese, come la Trap negli anni passati nel panorama internazionale.

Molto popolare la Drill lo è stata a Chicago. Questa città, come anche New York, può rappresentare bene il percorso che bisognerebbe seguire. Nell’osannare il rap statunitense non ci si sofferma nel analizzare la sua varietà, in città pericolose come Chicago, ad esempio, troviamo Kanye West, Common, Chance The Rapper e Chief Keff, artisti con immaginari opposti, fra strada e consciousness, tali da arricchire il panorama musicale.

Anche New York storicamente ha avuto tanti esponenti diversi, dal rap di strada al rap politico e consciouss: da Notorius BIG ai Public Enemy ai Native Tongues.

Tornando in Italia la scena più mista è quella romana, fra hardcore, storie quotidiane, trap, hip hop classico ed alternativo, insomma fra Noyz Narcos, Franco126, Ketama126 o la DPG, i Colle Der Fomento ed i nuovi esponenti come Tauro Boys.

Per almeno 2 anni il rap partenopeo si è concentrato sulla violenza, su un estetica violenta incentivata anche dai social network. La strada (intesa come luogo in cui si svolgono attività criminali) ha il suo fascino, proprio grazie ad esso il rap è esploso in tutto il mondo.

Eppure questa musica ha saputo evolvervi in infinite direzioni, non dimenticandosi del suo potere.

Caratteristico nel Hip-Hop è il linguaggio, il potere della parola. Si è partiti con le gare di freestyle in cui affermare la propria persona attraverso l’utilizzo delle parole, passando poi a brani registrati in cui intrattenere ma anche denunciare. Dopo Rapper’s Delight è arrivato The Message, negli anni ’80 e da lì ad oggi l’Hip Hop americano ha saputo reinventarsi sempre, anche con periodi di stallo e standardizzazione.

In questo 2020 e probabilmente nei prossimi anni qualcosa potrà cambiare.

Sapere del grande successo di un album come Persona di Marracash può dare coraggio a molti artisti. Tutti i nomi sopracitati hanno infatti affrontato argomenti più importanti, spesso però oscurati da altri successi.

Fra i brani più celebri di Luché troviamo Stamm Fort con Sfera e non Il Mio Ricordo, ad esempio. Geolier fa disco di platino con Narcos e non con l’intro del suo album, in cui si pone domande importanti.

Recenti sono gli album di CoCo, Samurai Jay e Nicola Siciliano o i singoli di Mv Killa e Yung Snapp, le loro copertine non ci parlano di strada e gli argomenti non sono i soliti.

Ora che Napoli ha attirato l’attenzione dell’Italia (che ha sempre meritato) è necessario che si mostri anche un’altra faccia, totalmente nuova, per affermarsi definitivamente. Rispondendo alla domanda iniziale: Napoli può parlare di altro, la storia della sua musica ce lo dice, esempi di altri città possono insegnarci tanto.