Ieri, 7 novembre 2020, è stato inaugurato nei Quartieri Spagnoli un murale dedicato a Ugo Russo. Quest’ultimo aveva 15 anni quando nella notte del 29 febbraio fu ucciso da un carabiniere fuori servizio che reagì a un tentativo di rapina del ragazzo sparando. Quella stessa notte alcuni amici del ragazzo devastarono l’ospedale dove era stato portato.

A metà ottobre un altro murale, simile, è stato realizzato a via dei Tribunali. Il protagonista in questo caso è Luigi Caiafa, 17 anni, anche lui morto durante un tentativo di rapina colpito da un proiettile esploso da un poliziotto.

Delle domande, dopo questi due eventi, sorgono spontanee: cosa racconteranno in futuro i muri di Napoli, dove (ed a chi) è arrivata la Street Art nella città partenopea? Questi due ragazzi vanno ricordati?

L’argomento è complesso.

La morte è sempre la morte purtroppo. Entrambi i ragazzi non si sarebbero mai dovuti trovare in quelle circostanze. A quindici e diciassette anni l’ideale sarebbe restare a casa a studiare, ma questo non accade e di motivi ce ne sono infinti, purtroppo. Ogni volta che succedono tragedie del genere a fallire è la società, la famiglia e la politica. Vanno ricondotte evidenti colpe a chi aveva il compito, nonostante il disagio, di trasmettergli principi di onestà e dignità ad entrambi.

Sono ormai circa 5 anni che l’arte urbana a Napoli è diventata celebre, tante sono le opere che riempiono le mura della città e tante sono quelle diventati celebri. Inevitabilmente ci sono realtà che hanno assorbito questo linguaggio per farlo proprio.

I due ragazzi vanno ricordati, su questo non ci piove, ma in che modo? Realizzare dei murales quanto è giusto?

Su La Repubblica Leticia Mandragora, autrice del primo, dice: «so che farà discutere e che ci saranno polemiche, ma l’arte serve a interrogarsi e a far riflettere. Il senso dei muri dipinti poi è anche questo: raccontano un posto». Ma quanto fa riflettere il suo murale? Cosa trasmette?

Si tratta di un ritratto cupo, una gigantografia caratterizzata da un atteggiamento spavaldo ed aggressivo, un ritratto che sembra glorificare lo stile di vita che ha portato il giovane ragazzo alla morte e non il contrario. Questa chiave di lettura è importante, perché entrambi i ragazzi possono essere ricordati, ma per evitare altre tragedie e non per esaltare le loro azioni.

Per come sono state realizzate entrambe le due opere la mitizzazione dei soggetti sembra inevitabile. Il rischio è che possano diventare un luogo di pellegrinaggio per piccoli e grandi criminali. Per questo motivo i murales andrebbero cancellati, seppur su muri privati ledono il luogo pubblico e sono un offesa alle vere vittime di attività criminali.

Se tutti hanno diritto ad un murale, il suo principio costitutivo scomparirà a breve e le mura delle città diventeranno cimiteri. Ogni vita ha diritto di essere vissuta, ogni disagio va individuato, ogni dolore va rispettato ma non tutte le persone dovranno essere ricordate da tutti, pena l’oblio di tutte quelle vite che andrebbero emulate.

Sappiamo bene quanto sarebbe necessaria una rivoluzione culturale e un nuovo approccio alla vita che parta da piccole cose, fare di ragazzi che loro malgrado sbagliano (anche per esempi e insegnamenti diretti e indiretti che hanno avuto) dei martiri è un grave errore. Non serve ad aiutarli e non serve a provare a cambiare le cose, piuttosto dà solo conferme. Con tutto il dispiacere e il disappunto per la morte dei ragazzi, che non doveva assolutamente accadere.

Come non dovevano accadere le morti di Willy Monteiro a Roma o di Simone Frascogna a Casalnuovo (NA). Entrambi vittime di una società in cui la violenza viene esaltata. Willy è morto per salvare degli amici, Simone per motivi di viabilità sul corso Umberto I, la strada principale del comune del Napoletano.

Per fortuna anche di loro la Street Art si è ricordata. Il primo è stato omaggiato con opere di vario tipo, il secondo (ad oggi) purtroppo solo attraverso un poster, un opera meno imponente rispetto a due facciate.