Odore di gomma consumata dall’asfalto e gavetta potrebbero rappresentare l’inizio di una corsa automobilistica per un promettente pilota e invece no, sono incredibilmente i punti di partenza di un percorso che inizia, principalmente, nei quartieri di periferia delle grandi metropoli americane, tra playground e malavita, e culmina tra palcoscenici musicali e arene cestistiche internazionali. Perché si, sostanzialmente il flow di una strofa rappata e il ritmo di uno Spalding battuto a terra durante il ball-handling hanno origini comuni e camminano mano nella mano da qualche decennio.

Non è una novità trovare nelle prime, costosissime, file delle varie arene, rapper di caratura mondiale: Snoop Dogg è un datato sostenitore dei Los Angeles Lakers, spesso presente allo Staples Center a seguire i ragazzi in canotta gialloviola, freschi vincitori del Larry O’Brien Trophy nel 2020; Jay-Z ha ricoperto un ruolo fondamentale nel portare i Nets a Brooklyn, oltre ad essere l’agente di Kevin Durant nel 2013 ed a creare la Roc Nation, una delle più grandi agenzie mondiali di artisti, e non solo; Post Malone, in quello che è uno dei suoi principali capolavori musicali, “White Iverson”, mette in correlazione la sua vita con importanti personalità del basket: “I’m balling, money jumpin’ like I’m Davis from New Orleans, or bitch, I’m Harden, I don’t miss nothing”; Chief Keef ha sempre paragonato i suoi successi nel mondo musicale alle gesta di Kobe Bryant sul parquet dello Staples.

Ma quando nasce questa correlazione tra basket e musica?

In realtà si deve tornare indietro nel tempo, circa agli anni ’80, quando l’era dello Showtime dei Lakers e dei Boston Celtics di Larry ‘Legend’ Bird stavano per subire uno scossone dall’entrata in scena nella NBA di His Airness, Michael Jeffrey Jordan, e fuori dai palazzetti prendeva vita la carriera di uno dei più grandi rapper di sempre, Notorious B.I.G., che rappresenta uno degli snodi fondamentali per collegare i due mondi e renderli visibili nell’élite del sistema americano, sdoganandoli dalla circoscrizione della nicchia della periferia e dei playground. Parallelamente alla correlazione tra contesto musicale e basket è da osservare anche il percorso del contesto urbano, in particolar modo del dress code evolutosi col passare del tempo.

É necessaria fare una digressione sulla storia del dress code per capire l’importanza di determinate figure del tempo? Decisamente si.

La personalità gangsta di Biggie, che avrebbe dovuto portare questa nuova aria nel panorama del vestiario del basket americano, è stata messa in forte “discussione” dall’immagine di Jordan negli anni a venire, nonostante i continui riferimenti nei testi di Notoriuos verso il basket e i playground. Sotto questo punto di vista è forse il periodo di distacco più importante tra il panorama rap/hip-hop e il basket: i due mondi camminano di pari passo, ma le personalità che li interpretano sono abbastanza diverse tra loro. Il vero e sostanziale tracollo è rappresentato dalla nascita del brand Jordan oltre che dalla figura del giocatore stesso, che ha letteralmente sovrastato la personalità e il dress code gangsta di Biggie e co.; basti pensare che ancora oggi, dopo trenta anni quasi, importanti artisti del panorama musicale americano, si vestono e citano Jordan e il relativo brand nelle proprie canzoni: esempio lampante è Macklemore che in ‘Wings’ dice chiaramente in un verso “I wanna be like Mike”, prendendo in riferimento “the jump shot” che ha reso celebre Jordan e “paragonandolo” alla sua carriera da artista, oltre alle varie e continue inquadrature su diversi articoli di Nike Air Flight.

Un vero e proprio ritorno di fiamma verso la sfumatura gangsta è rappresentato dai Bad Boys dei Detroit Pistons e, alla fine degli anni ’90, da un’altra personalità molto forte dell’epoca, The Answer, Allen Iverson. Il modello gangsta, però, è durato realmente poco tempo, o meglio almeno fino al 2004, quando l’ormai compianto Commissioner della NBA David Stern ha introdotto il “dress code NBA”, ovvero una regola che imponesse ai giocatori un determinato stile di abbigliamento e comportamento. Molto incise anche il disco ’40 bars’ proprio di Iverson e censurato da Stern per via del linguaggio omofobo, gangsta e politicamente scorretto, oltre al triste episodio di rissa tra l’allora giocatore degli Indiana Pacers Ron Artest, accompagnato da Wallace, e una buona parte di tifosi dei Pistons, con i cestisti che si lanciarono tra la folla.

In realtà bisogna fare una piccola digressione anche su Iverson.

Durante la sua carriera The Answer in un’intervista aveva affermato “In another life, I just wanna be A.I.”, facendo capire indirettamente che non si sarebbe piegato a nessuna regola e così è ancora oggi poiché continua ad avere una sfumatura gangsta nell’abbigliamento: nella reale sostanza dei fatti, però, finì tutto lì e quell’affermazione fu solo una specie di corazza per restare nella sua comfort zone al tempo. Allen ha vissuto personalmente quel mondo, lo conosce a fondo avendo trascorso anche del tempo in carcere da giovane, e ne è uscito vivo solo grazie a coach Thompson, rigorosamente ringraziato nel giorno dell’entrata tra gli Hall of Famer.

Proprio in quel giorno, però, cadde anche il “mito” gangsta di Iverson.

A conferma di ciò, durante il discorso di ringraziamento Iverson rivelò al mondo il suo vero e unico scopo e la sua reale identità in tutto e per tutto: ”You want to be fast like Isiah, you want to shoot like Bird, rebound like Barkley, pass like Magic, be dominant like Shaq, but man I wanted to be like Mike”.

Sovrastata la personalità di Biggie, caduta quella di Iverson, sostanzialmente c’è solo una figura da prendere in considerazione per il dress code nel mondo del basket: sempre e comunque Michael Jordan.

L’unico arpeggio fuori dallo spartito, ma anch’esso indirettamente consentito da Mike, è stato The Worm, Dennis Rodman: ma questa è tutt’altra storia, anzi è storia ed anche ben nota.

Attualmente, grazie all’evoluzione in un panorama globale e totalmente dedito al guadagno economico, la sfumatura gangsta, sia nel gioco sia nel dress code, è pressoché inesistente, rovinata anche dalle drastiche e dure decisioni regolamentari prese qualche anno fa da Stern, prima, e Adam Silver poi. Si tratta di un cambiamento forte ed importante che ha sradicato prepotentemente anche l’aspetto vintage e urbano presente nel mondo del basket. A sostegno della “vecchia scuola”, fortunatamente, negli ultimi anni si sono inseriti grandi brand, che hanno lanciato edizioni urban/vintage delle canotte NBA. Sicuramente una delle più importanti aziende che ha preso questa iniziativa è stata Mitchell&Ness, in collaborazione con Bleacher Report, che ha inserito questo particolare stile sulla linea tradizionale americana, richiamando, in senso lato, anche le “CityEdition” precedenti; da notare le figure di rilievo che hanno partecipato e collaborato alla creazione di tutto ciò, come Asap Ferg per i Knicks, Denzel Curry per gli Heat, Joey Badass per i Nets, Aminé per RipCity(Portland Trail Blazers), Big Boi per gli Hawks e Lute West per Dreamville(Charlotte).

Diverso è, invece, il percorso di “coesistenza” con il mondo del rap e dell’hip hop. Se non si è riusciti a trovare una sostanziale soluzione di continuità nel tempo per l’abbigliamento, con la musica si è creata una vera e propria alchimìa che rende i due mondi completamente inseparabili.

Molte sono le personalità, di entrambi i mondi, che si sono cimentati nell’altro: da Iverson, come detto prima, alla collaborazione non andata a buon fine tra Kobe Bryant e Ice Cube, passando per gli intramontabili Dr.Dre e Lil Wayne, fino ad arrivare ai più contemporanei Kendrick Lamar e Drake.

Il rapper di Compton, comunità losangelina, ha fatto spesso riferimenti al basket nei propri testi, “Me and Top is like Kobe and Phil” in ‘untitled 02, 06.23.2014’, ma anche in ‘Feel’ dove cita più volte Michael Jordan o nel singolo ‘The Blacker the Berry’ “jump high enough to get Michael Jordan endorsements”; inoltre ha affermato che il suo sogno da bambino era diventare un giocatore di basket, ma è sfumato per via della sua altezza.

Il rapper di Toronto, invece, è detentore di un quota minoritaria ed ambasciatore nel mondo dei Toronto Raptors, oltre ad essere stretto amico di un ampio numero di cestiti: Kevin Durant, per esempio, è stato inserito nel piccolo cortometraggio dell’ultimo singolo del rapper canadese, ‘Laugh Now Cry Later’, ed è celebre anche la frase nel singolo ‘0 to 100’, “I been Steph Curry with the shot” paragonando le sue rime e il flow al mortifero tiro del playmaker dei Golden State Warriors.

Rap e hip hop hanno raggiunto un elevato livello di alchimìa con il basket tanto che J-Cole si è esibito durante l’intervallo dell’All-Star Game di Charlotte nel 2019, apertamente affermando anche di voler accantonare la musica per diventare un cestista professionista.

Damian Lillard, a.k.a. Dame D.O.L.L.A e playmaker dei Portland Trail Blazers, ha invertito sostanzialmente il percorso di Cole, presentando l’album ‘The Letter O’, con annesso tributo a Kobe Bryant scomparso lo scorso 26 Gennaio, in collaborazione con Snoop Dogg e Lil Wayne;  non sitratta dell’unica apparizione nel panorama musicale per Dame D.O.L.L.A, infatti era già stato protagonista in un vero e proprio dissing con un’altra star del basket, The Diesel, Shaquille O’Neal.

Ma non finisce qui poiché c’è un’altra figura da tenere sott’occhio, ovvero Lou Williams: il Mago, soprannome dell’attuale giocatore dei Clippers, che nella sua carriera ha vinto per ben tre volte il titolo di miglior sesto uomo dell’anno(ha anche chiamato suo figlio Syx, in riferimento al titolo), ha prodotto un singolo dal titolo “Rebound”, così come Lonzo Ball, ex playmaker dei Lakers, ora ai Pelicans, ha prodotto il singolo “Swerve”.

In tutto ciò, il rapporto italiano è “comune” a quello americano?

La risposta, ahimé, è indirizzata e consolidata verso il no. Molto è dovuto, a parer mio, dalla forte influenza del mondo del calcio nel Belpaese, il quale ha piantato le proprie radici nel contesto giovanile italiano e sono particolarmente difficili da sostituire con la pallacanestro.

In più, a discapito di ciò, ingloberei anche la “non collaborazione” da parte delle principali figure musicali italiane del tempo. Non è raro trovare qualche rapper al proprio live con le iconiche canotte di Michael Jordan o Derrick Rose ai tempi dei Chicago Bulls, ma l’empatia finisce lì. Magari qualche fan comprerà anche quella canotta, ma nel totale disinteresse per il basket anche perché è realmente difficile trovare riferimenti significativi per la palla a spicchi nei testi italiani.

Negli ultimi anni è nata qualche collaborazione tra la principale emittente italiana del basket, ovvero Sky, e alcuni cantanti italiani, come Gue ed Emis Killa, limitata ad un semplice ritornello in rima per lo spot dei playoff della NBA; altro piccolo rilievo italiano da sottolineare è la collaborazione tra Ghemon, MadBuddy, Kiave e Johnny Marsiglia nel singolo ‘We love this game’, singolo riferito totalmente al basket e con un richiamo a due delle più grandi star del passato del basket europeo, Danilovic e Toni Kukoc(si, lo stesso Kukoc dei Bulls di Jordan), ed anche per Air Canada, sua maestà Vince Carter in tema NBA.

L’unica figura del tempo che merita un’analisi più approfondita è Carlo Luigi Coraggio, più comunemente Carl Brave. Il cantante romano ha avuto una parentesi in tema basket, prima di sfondare nel panorama musicale a colpi di hit: non presenta grandi numeri di rilievo, in carriera ha militato nelle “minors” italiane tra serie B e C, con qualche apparizione in A2. L’esperienza resta comunque molto breve, con 63 partite giocate, media realizzativa di 6.2 ppg per un totale di 389 punti in carriera.

Sostanzialmente, quindi, si può affermare che il rapporto musica/basket/contesto urbano è del tutto inesistente.

Che sia giusta o sbagliata questa non collaborazione, questo disinteresse verso nuovi mondi e nuovi esperimenti, ritengo che il mondo musicale, e non solo, debba avere un cambiamento di rotta sotto questo aspetto ed evolversi totalmente.

Personalmente credo che non ci possa essere un paragone che regga realmente tra il sistema americano e quello italiano, mondi troppo diversi sia nella costruzione sia nell’evoluzione.

L’italiano si può definire, sotto questo punto di vista, più tradizionalista e meno aperto alle “novità” che possono rappresentare anche una possibilità di guadagno e sviluppo socio-economico.

L’americano è capace di costruire un impero e un rapporto duraturo partendo letteralmente dal niente, sfruttando al meglio anche chi proviene dal basso, esattamente come nei versi del ragazzo nativo di Toronto.

Started from the bottom, now we’re here.

Rucker Park