Prendo in prestito le parole di Simon Reynolds, noto critico musicale britannico, per spiegare il concetto di retromania: uno scenario in cui le tendenze contribuiscono a creare un insieme di storie e personaggi che risultano come un patchwork di fenomeni precedenti.

Sembra innegabile che quel che rivediamo in musica (ed anche nei video musicali), cinema, moda ed arte in generale da almeno 5 anni a questa parte è proprio una tendenza che sì, richiama, ma, soprattutto, rivitalizza il passato.

Ma perchè va di moda il vintage, o il retro?

La risposta potrebbe avere caratteri sia psicologici che pratici. Un buon riassunto potrebbe essere sicuramente quello che cerca di ravvisare nella voglia di unicità e nel voler allontanarsi dalla standardizzazione la risposta. Tuttavia, negli ultimi anni, il vintage stesso sembra avviarsi verso quest’ultima spiaggia.

Sicuramente è la moda la parte in cui in maniera più evidente si esprime la voglia di vintage: è questo il motivo per cui modelli di scarpe come le Air Jordan One hanno avuto restock su restock dovuti alla continua richiesta.
In questa direzione, inoltre, si sono mossi non solo i marchi di alta moda – basti pensare a Gucci ed all’ultima collezione, “Ken Scott”- ma anche i grandi marchi di largo consumo, come Zara, contribuendo ad amplificare quella sensazione di “vintage standardizzato” di cui prima.

Anche in musica, un esempio di questa tendenza è sicuramente l’artista che ormai ha stabilito un record: The Weekend, con la sua Blinding Lights è riuscito a rimanere nelle classifiche mondiali per oltre un anno, e l’ha fatto con un progetto che fa della sua retromania, appunto, una colonna portante; nel suono, che recupera un synth pop anni ’80 in prevalenza, ed, anche, nei meravigliosi video musicali diretti da Anton Tammi, che rielaborano Paura e Delirio a Las Vegas – e non solo, lo stesso The Weeknd è vestito come De Niro in Casinò – in una nuova chiave artistica.

Proprio i video musicali sono uno specchio di questa tendenza: il disturbo, gli overlay che riprendono la pellicola, l’uso di barre laterali – e dunque un formato 4:3 – piuttosto che il canonico letterbox sono una prova tangibile, che, oramai, è ampiamente presente anche al cinema (Mommy di Dolan, Grand Budapest Hotel di Anderson sono solo alcuni esempi).

L’ultima punta dell’iceberg, per fare un esempio estremamente recente, è il video della canzone degli ultimi vincitori di Sanremo, i Maneskin, che presenta un tipo di letterboxing del genere, con dei bordi addirittura “arrotondati”, che ricorda in modo particolare quello usato nei video di C.Tangana, artista spagnolo ora sulla cresta dell’onda, e che, negli ultimi mesi, sembra starsi diffondendo in maniera preponderante.

Dall’America, all’Italia, fino in Spagna, tecniche come queste stanno diffondendosi.
La distinzione fondamentale, però, da operare, è quella che passa tra citazionismo rifacimento: in questi esempi non possiamo propriamente parlare di citazione in quanto non si tratta di meri riferimenti, quanto di vero e proprio riutilizzo con fini stilistici.

Possiamo parlare, paradossalmente, di un presente (o, addirittura futuro) antico, non esautorato e capace ancora di offrire esperienze?

La cultura pop, in questo scenario, sembra quasi un crogiolo di tendenze che affondano le loro radici nel passato. Il postmoderno, il queer, il grunge, sono solo alcune esperienze di questo movimento ideale; la domanda, però, sorge spontanea: esiste ancora il “nuovo” o la novità va ricercata nel passato?