Quotidianità ed imprevedibilità: intervista ad Alessandro Scarano

“Io vedo, sento, dunque noto, guardo e penso”

Roland Barthes

Così Roland Barthes nel suo celebre libro “La Camera Chiara” definiva il suo interesse per la fotografia non come un problema (un tema) ma come una ferita: un’agitazione interiore, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi.

Alessandro Scarano, giovane fotografo partenopeo, ci ha raccontato le agitazioni interiori che muovono i suoi scatti, dalla fascinazione per gli anziani, ai momenti più inattesi del quotidiano, fino ad arrivare al teatro, un luogo, per lui, molto speciale.

Come e quando nasce la tua passione per la fotografia, ma soprattutto quando diventa il tuo lavoro?

Da piccolo quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo: “aprire un edicola”. 

Ero estremamente attratto dalle riviste che sfogliavo velocemente, lasciandomi catturare dai colori, le foto, le scritte e la loro impaginazione.

Qualche anno più tardi, quando a farla da padrone sul web erano i forum, ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo della grafica, ambito in cui ho lavorato fino ad allontanarmene. Un mio carissimo amico, attualmente mio coinquilino e fondatore del collettivo di cui faccio parte (327 collettive), aveva “ereditato” dallo zio una vecchia Canon 60D.

Affascinato da quella scatoletta mi auto regali per il diploma la mia prima reflex. Il resto è venuto da sé, “rubando” nozioni dal web, da amici/colleghi, da libri, ecc…

É diventato il mio lavoro poco dopo, ritrovandomi, per una serie infinite di combinazioni, a collaborare con altri liberi professionisti ed agenzie di comunicazione.

Il momento esatto è, probabilmente, quando ho iniziato a fare i conti con il vantaggiosissimo sistema fiscale italiano.

Oltre ad essere un fotografo sei anche un videomaker, ci racconti la serie “about life”? Quando e con quale intento nasce?

I miei mille risvolti lavorativi spiegano molto bene quanto sia una persona poco incline all’ozio.

Il progetto about life nasceva come un esercizio di stile, una prova auto imposta per cimentarmi nel mondo del videomaking. Una sorta di documentari a puntate: ogni venerdì una tradizione, un atto quotidiano, una ricorrenza felice o un mestiere destinato a morire.

Dopo anni dalla sua realizzazione penso che il progetto fosse soltanto un modo per rivivere tradizioni a cui ero estremamente legato da bambino o per conoscere nuovi affascinati mondi. Al mio fianco c’erano sei amici che mi hanno permesso di vivere giornate indimenticabili: about life è stato ed è ancora un legame di amicizia.

Ritornando alla fotografia, che cos’è per te la street photography? Qual è l’aspetto che più ti affascina dello scattare in strada?

Non amo molto utilizzare il termine “street photography” penso sia davvero difficile sintetizzare o categorizzare gli infiniti modi di fare “fotografia di strada”.

Gli approcci possono essere svariati, il mio è tendenzialmente di tipo reportagistico. 

Siamo tutti un po’ “street photographer”: partecipiamo e osserviamo la quotidianità di questa vita, selezionando in maniera istintiva una porzione di essa.

Con la fotografia però spesso succede qualcosa di inatteso, in fase di scatto si può restare sbalorditi da cambiamenti improvvisi. Questa imprevedibilità è la cosa che più mi affascina.

Chi sono i tuoi street photographers preferiti? Cosa ti piace delle loro fotografie?

Potrei citarne a centinaia ma stabilirne dei “preferiti” mi è davvero difficile.

Guardo molte le foto degli altri, quando mi emozionano sento un forte senso di ammirazione, non tanto per averla scattata ma per aver vissuto quel momento. 

Qualche giorno fa sfogliavo per l’ennesima volta “La Napoli di Bellavista” un libro fotografico di De Crescenzo, definisco lui mio “street photographer” preferito del momento.

Gli anziani sono protagonisti di molti tuoi contenuti, non solo fotografici, come mai?

I motivi principali sono due: 

il primo è il rapporto con mia nonna Pasqua: prima modella dei miei scatti, nonostante documenti la sua vita da 7 anni riesce ancora ad emozionarmi, a lasciarmi a bocca aperta davanti ad un movimento, un canto, un sonno leggero.

Il secondo è legato ad un concetto appreso in teatro. Ogni attore, durante le prove, prepara il suo personaggio attraverso un processo di limazione (Labor limae): movimenti, toni di voce, gesti, ecc.. vengono definiti a discapito di mille altre variabili.

Penso che qualcosa di simile avvenga nelle vite di ognuno di noi, stabiliamo involontariamente atti quotidiani, modi di stare al mondo, elementi che da anziani si manifestano quasi come processo compiuto.

Una sorta di versione definitiva di noi stessi. È questa analisi che mi emoziona, guardare un anziano equivale a guardare la vita nella sua massima espressione storica.

Napoli, da un tuo punto di vista fotografico, cosa la contraddistingue dalle altre città? Ci sono degli aspetti che ami particolarmente e altri che non ti aggradano?

Fino a qualche anno fa non avrei mai immaginato di trasferirmi nel centro storico di Napoli, proveniente da un paesino del Casertano sognavo di scappare via, lontano.

“Odi et amo” è il modo migliore per sintetizzare il rapporto con la città, al momento sono legato da un qualcosa di veramente inspiegabile. 

Noto che da un punto di vista fotografico, Napoli, sia diventata una sorta di “mecca” per fotografi.

Il centro storico assume sempre di più le sembianze di un outlet della McArthurGlen con tanto di “panni stesi finti” (vedi via dei Tribunali). Non sono assolutamente contrario all’attenzione di questi ultimi anni riservata alla città ma “Turismo low cost”, gentrificazione e appropiamento culturale sono problematiche che dovremmo affrontare in maniera più seria.

Comunque la voce del panettiere che tutti i giorni urla “chi add’avè o’ pane” in quel di Forcella riscalda il mio cuore.

Quali sono i consigli che, in base alla tua esperienza, ti senti di dare ad un neofita a cui piacerebbe scattare in strada?

Camminare. Penso sia l’unico consiglio che si possa dare. Camminare senza sosta e ovviamente trovare l’ottica che più si avvicina al proprio modo di “inquadrare la realtà”. 

Ci sono elementi esterni, come la musica, i libri, l’arte o il cinema, che influenzano (in positivo) il tuo modo di scattare?

La fotografia è uno strumento che nasce dalla combinazione di capacità tecniche e capacità di pensiero. 

La loro combinazione stabilisce il proprio istinto fotografico che viene alimentato dalle proprie passioni, dai turbamenti, da ciò che amiamo, studiamo, ascoltiamo. 

Munari diceva: “Ognuno vede ciò che sa” e questo può essere un grande limite o una grande opportunità. 

Tra i tuoi lavori c’è anche una sezione inerente il teatro: ci racconti com’è scattare in teatro? Quali sono le principali difficoltà che un fotografo riscontra?

Diversamente da tanti altri fotografi mi sono avvicinato al Teatro non grazie alla fotocamera. Qualche anno fa ho intrapreso un corso in una scuola di teatro ad Aversa (Nostos Teatro).

È stato fulminante conoscere e scoprire la vastità di quel mondo. I miei maestri mi hanno insegnato la bellezza della luce, la creazione di un intero universo anche senza utilizzare alcun oggetto in scena ma sopratutto l’unicità e l’irriproducibilità di un momento.

Hic et Nunc, Qui e Ora”: È la base del teatro in cui la fotografia è l’unico strumento che può bloccare parte di quel momento. 

Le difficoltà sono spesso legate alle luci, sono tanti i momenti in cui sono ridotte all’osso. Penso sia fondamentale cercare di riprodurre in maniera fedele colori, intensità di luce, inquadrature ma anche sperimentare e mostrare al regista/compagnia un nuovo punto di vista.

Mimmo Borrelli dice che “il teatro è un patto collettivo”. Vale anche per il fotografo che non è una figura separata ma parte integrante di quel meraviglioso insieme.

Alessandro Tione
Alessandro Tione
Alessandro Tione laureato in Scienze dei Beni Culturali, studio Management del Patrimonio Culturale e Fotografia. Appassionato di "Street Culture" , Cinema e Arte.

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