LIT, l’afro-sound di Napoli a cura di Jesa

L’Italia sta cambiando, Napoli sta cambiando, e c’è chi con passione decide di investire sui giovani, creando un percorso che possa far del bene alla comunità, come Jesa e il party LIT.

Il primo è un Dj afro-italiano, o meglio napoletano, attivo nel settore dalla metà degli anni 2000, principalmente associato alla cultura Hip-hop, ma che negli anni ha saputo evolversi introducendo nei suoi set sempre più brani dancehall e afro, ricalcando le sue radici eritree.  

Dal 2017, come racconterà nell’intervista, ha dato vita a LIT: il sound afro di Napoli, fra i party più interessanti della città, simbolo della sua evoluzione.

É la storia di un collettivo Afro pensato per chi non vuole solo andare a ballare. La storia di un movimento culturale che non ha venduto l’anima per aumentare il pubblico, e che ha aumentato il suo pubblico proprio perché ha un’anima. 

LIT è un progetto che tenta di affrontare l’esperienza di stile e di vita di una comunità multietnica in cui convivono soggetti con identità diverse.

L’appartenenza consapevole ad un gruppo che condivide uno spazio geografico di provenienza, una comune discendenza, una cultura condivisa attraverso un linguaggio musicale universale e che cerca di coinvolgere le nuove generazioni educandole a condividere il proprio spazio personale in un contesto che risulta spesso piatto nel panorama contemporaneo.

Seduto nel centro storico di Napoli ho incontrato Jesa per approfondire quest’anima, questo party e questa cultura, da anni in ascesa. Una chiacchierata in cui spesso sono state ripetute parole come “esigenza” ed “uguaglianza”, sintomo di quanto la musica possa fare per le persone, sintomo di un party nato con tutte le buone volontà e per lasciare un segno nelle persone. 

foto di Analog Ent

Quando nasce LIT? 

Nell’ottobre del 2017, al Riva, con eventi sporadici, fin quando non ho iniziato un continuativo all’Hart. Lì però non vedevo lo spirito giusto. 

LIT per me era ed è un’esigenza, al di là degli schemi di come si organizza una serata e degli introiti economici. Stavamo anche partendo, ma la pandemia ci ha bloccati. 

Come prima fase il mio obiettivo era quello di investire in persone che potessero contribuire a far crescere la serata, a farla diventare la realtà che sta diventando.

Facendo un passo indietro però, chi è Jesa? Quando hai iniziato ad approcciarti alla musica?

Fine 2005, inizio 2006. Napoli era molto spenta dal punto di vista clubbing, molti mi dicevano di non fare Hip-hop, perché stava per esplodere l’EDM, ma a me bastava suonare anche avanti a 20 persone. C’era la scuola, poi l’università, il mio futuro me lo stavo già costruendo, la musica era passione, poi fortunatamente è diventata un lavoro.

Dal 2006 ad oggi Napoli è cambiata molto, pensi sia pronta ad un party come LIT?

Abitando al centro storico vedevo ragazzi di 20 anni, afroitaliani, per strada e abbandonati al loro destino; io alla loro età avevo una realtà di riferimento da frequentare, al di là del fatto che ci suonassi. 

Ho voluto raggruppare questi ragazzi, con l’obiettivo di far festa. C’è un’esigenza di fondo: quella di creare un posto dove tutti si sentono uguali, per una cultura che si condivide, senza guardarsi con occhi diversi. 

L’età media è alta, 25-27 anni, ragazzi che ora sono cresciuti e vanno a ballare, ma c’è anche chi la mattina ha una bancarella a Piazza Garibaldi. Persone che ci sono sempre state che la sera si preparano per divertirsi. Questa per me è una grande soddisfazione, perché sono persone che vogliono avere un posto dove poter vivere e fare cose normali. La cosa bella è che molti vengono anche da soli, sanno che trovano qualcuno, che fanno amicizia, magari tramite il ballo. 

Il ballo mi sembra un aspetto centrale della serata, caratteristico. L’approccio alla musica fra bianchi e neri sembra diametralmente opposto a volte

Fin da piccoli si viene catapultati nelle proprie radici, il ballo nasce con te.

Io ho imparato a ballare frequentando le feste dei parenti, ascoltando un tipo di musica e ballando in casa.

LIT è una situazione dove veramente tendiamo a far stare bene tutti, stai sereno anche se non riesci a ballare bene. Si aprono cerchi continuamente, dove c’è vibe si apre un cerchio e vieni coinvolto, è una cosa molto importante. Per questo si parla di eguaglianza. C’è una cultura di base, al di là della tua provenienza sociale.

La risposta della città è molto positiva direi

Si, è molto positiva ed anche inaspettata. Ho sempre creduto che questa vibe potesse piacere, però ogni giovedì le persone mi lasciano sempre stupito, in senso positivo. Si crea un’atmosfera che finora non ho mai vissuto e che a distanza del primo anno continuativo non pensavo potesse piacere così, sono sincero. 

Me ne accorgo anche da alcune semplici storie su Instagram dove si ascolta musica afro in palestra, in auto, … piano piano sta entrando nel quotidiano e di questo ne sono veramente molto contento.

Qual è il tuo rapporto con Napoli invece?

Io sono nato e cresciuto a Napoli, ho un legame morboso con la città. Non la voglio abbandonare, seppur molti lo consigliano. Sono stato anche a Londra, ma andando via sarei uno fra tanti e soprattutto non del posto, il lavoro sarebbe il doppio se non il triplo.

Preferisco rimanere a Napoli, a casa mia, dove se va in porto il progetto ho il doppio della soddisfazione. Anche a me Napoli sta stretta, perchè magari non ci sono tante opportunità, ma voglio far si che LIT diventi quel movimento culturale, clubbing, di riferimento per l’Italia. 

I social, da questo punto di vista, possono aiutare molto

Per me è importante la comunicazione che stiamo facendo, molto europea. Ho una visione ampia. I ragazzi di oggi seguono artisti da tutto il mondo, il più vicino è inglese. Era importante dare un’altra impronta anche nella comunicazione, con le reference giuste. Lit è nata a Napoli, ma con una visione europea.

Io già suonavo questa roba nel 2014/15, ma siamo nel 2022 e devi muoverti in un certo modo per arrivare in Italia e provare ad arrivare fuori.

Concentrandoci sulla musica, direi che sta crescendo molto

Si, sta crescendo molto nel mondo e piano piano sta arrivando anche in Italia. A me piace dare il giusto peso alle cose, soprattutto ai singoli passi da fare per il risultato finale: per me ora deve arrivare questa cultura nella maniera più pura possibile.

Non mi interessa correre, conosco i miei limiti ed anche quelli dell’Italia, quindi so che c’è bisogno del giusto tempo. Un giorno mi sentirei responsabile di non aver fatto conoscere bene questa musica e questa cultura, solo perchè avevo fretta. Preferisco andare piano ma dare costantemente qualcosa in più alle persone, nel modo corretto. 

Perché però c’è questa forte generalizzazione? L’Africa è un continente enorme. In Europa si parla di musica francese, italiana, spagnola, non europea, ci saranno delle differenze anche in Africa.

I generi si distinguono, ma fai dell’Africa un tutt’uno perché i paesi sono tutti confinanti. Inoltre è sempre stato un territorio sfruttato, alcune storie sono comuni e per chi non conosce è più facile generalizzare. Questo è un pensiero mio ovviamente.

Ci sono grandi differenze. Si parla di afropop, grazie ad artisti come Wizkid, ma è anche il periodo dell’amapiano, genere del Sudafrica, con Asake, che ci arriverà fra 4-5 anni.

La musica nigeriana è quella che va di più, ci sono più infrastrutture lì?

La musica nigeriana dal punto di vista mainstream ha preso il sopravvento, è innegabile. Probabilmente la scelta dei suoni, delle strumentali e delle melodie riesce a prendere una fetta di pubblico italiano. Secondo me è stata ed è la chiave che ti porta ad essere incuriosito da questo genere.

Come l’afropop, un altro genere che potrebbe diffondersi in futuro è il dembow, associato al mondo Latino e scambiato per Reggaetton da alcuni. Ci sono delle origini comuni fra Jamaica e Portorico? 

Dembow e reggaeton son due cose diverse. C’è anche parecchia dancehall, ma non è latina perché altrimenti ci dimentichiamo dell’Etiopia, ci dimentichiamo del reggae

Posso accettare la connessione col Dembow, ma ad ora LIT non deve confondere le persone. In futuro sicuramente ci potranno essere contaminazioni, non lo escludo, perchè ci deve essere apertura mentale. In generale però mi trovi in difficoltà perchè non vorrei dire inesattezze.

Daniele Carrano
Daniele Carrano
Scrivo per il piacere di confrontarmi con gli altri. Co-fondatore di Escape Vision.

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